martedì 29 dicembre 2015

Il coccodrillo come fa?



Chi lo sa?
Forse anche lui, quando vede che il suo fiume va un po' a puttane, che si secca, che ci muoiono i pesci, che le antilopi non lo attraversano più (perchè non ci sono più neanche le antilopi!), decide d'un tratto di diventare ecologico.
Si muove di meno. Consuma meno energia. Se si sposta magari condivide con altri suoi simili un viaggio a dorso di ippopotamo.
E noi, come il coccodrillo, ci risvegliamo d'un tratto amanti della natura, rispettosi dell'ambiente e della salute nostra ed altrui.
Ci sono voluti due mesi di assenza totale di pioggia, quantità immani di polveri sottili nell'aria, temperature quasi primaverili (a dicembre) per farci cadere dal pero.
Ovviamente in metà del globo terrestre ne stanno accadendo di tutti i colori. Siccità spaventose, uragani, allagamenti, concerti di Gigi D'Alessio...
E noi, fino a ieri, ancora stavamo a pensare ai sorteggi della Champions!
Sinceramente mi pare un attimo tardi.
Mi pare che abbiamo incasinato e sporcato questo nostro pianeta in modo irreparabile. Che solo una di quelle catastrofi cinematografiche, alla day after tomorrow, ci aspetta.
Tre giorni di blocco del traffico, targhe alterne, diminuzione delle temperature dei termosifoni, tutto utile, tutto bello, tutto tristemente inutile.
Magari tornerà a piovere, magari scaricherà tanta di quell'acqua che di certo qualcosa si allagherà, e allora piangeremo l'eccesso di acqua e rimpiangeremo il sole.
E' proprio nell'animo umano volere l'esatto contrario di quello che ha, e poi rimpiangere quello che aveva prima. Ed in tutto questo, non riuscire a fare un cazzo per mantenere l'una o l'altra cosa, pensandone magari ad una terza, quarta, quinta, ecc...
Siamo la razza più intelligente ed al contempo più idiota del creato.
Davvero.
Non vedo speranze particolari. Vedo molta ignoranza e, viceversa, molta conoscenza distorta. 
Alla fin fine quasi quasi faccio bene a non procreare, a non immaginarmi in futuri rosei, colmi di amore e felicità.
Che magari arriva un tornado e mi porta via, e mi porta via tutto.
O dalla tazza del WC salta fuori un coccodrillo incazzato scambiandomi per un'antilope.


giovedì 24 dicembre 2015

Augh



E' la vigilia di natale.
Non male. Ci sono arrivato anche quest'anno.
Mi sto leccando ancora le ferite per l'ultima delusione sentimentale. Forse passa pure questa, dai.
Fuori c'è il sole, ieri sera sono uscito, ho fatto tardi, ho bevuto buona birra (e, una volta tanto, non dovevo guidare per cui ne ho potuta prendere più di una).
Certo, l'età avanza e la vescica si allenta.
Prima di arrivare a casa ho rischiato seriamente di farmela addosso...
Pensieri alquanto sconnessi. Legati dal solo filo logico del caos e dello scrivere quello che penso.
Sono orfano di facebook.
Da un mese abbondante ho detto no.
Il colesterolo invece campa allegramente.
Ma facebook non più.
Io ci scrivevo quello che mi pareva. Aveva sostituito questo blog a tutto dire.
Solo l'immediatezza della socializzazione me lo ha fatto prediligere per un lungo periodo.
Ed ho trascurato il blog.
Chiuso facebook ora scrivo più prolificamente qui.
E sticazzi.
Va meglio. Non sono schiavo dei "mi piace", dei commenti e delle condivisioni.
Ad essere sinceri non lo sono mai stato neanche su facebook.
Sono sempre stato me stesso. Non mi sono finto o inventato diverso da come sono.
Ho chiuso perchè era necessario.
Io sradico i problemi alla radice se posso.
Il problema era che ho dato confidenza ed affetto a persone che non hanno capito.
Povere loro.
Infatti in pochissimi mi hanno cercato dalla sparizione. Giusto quelli che sanno davvero chi sono. Persone migliori di altre, decisamente più argute.
Basta mediazioni e correttezza politica.
C'è melma in giro. E' giusto chiamarla come merita.
A babbo natale non ho chiesto nulla.
Non mi serve nulla, ho notato questo.
Posso avere necessità materiali di vestiario, cibo, riscaldamento, sapone.
Avrei necessità di una persona al mio livello a fianco.
Basta anaffettive con macerie disastrose alle spalle, che non sanno far altro che creare macerie altrove.
Basta fare il crocerossino, che si affeziona ai casi difficili e pensa che il suo amore curerà e guarirà tutto.
Il mio amore non è migliore di altri. Anzi, lo reggono in poche.
Povere loro.
Necessito di una persona allegra, solare, ottimista e soprattutto seria.
Non mi serve babbo natale per trovarla.
Devo cercarla io.
O deve cercarmi lei.
Ecco. Sarò io il regalo di natale di qualcuna.
Augh-uri.


lunedì 21 dicembre 2015

Le dimensioni contano

Tra le varie chincaglierie maschili che sopporto e apprezzo in maniera accettabile ci sono gli orologi.
Non sono assolutamente un patito del genere. Ne ho però una modesta quantità. Cosa essenzialmente dovuta dal fatto che li so tenere bene, tanto che molti (anzi, praticamente tutti) hanno parecchi anni alle spalle.
Ecco, tra i vari autoregali che mi ero prefisso, c'era appunto l'acquisto di un nuovo orologio.
Per cui, da qualche settimana, passando davanti a qualche gioielleria adocchiavo un po' modelli e prezzi di vari orologi.
A questo punto è d'obbligo una precisazione. Io ho i polsi stretti. Tanto da far sembrare poi le mie mani decisamente sproporzionate ed alquanto grandi.
Per carità, un po' grandi lo sono per loro natura, ma comunque l'effetto è dovuto, in buona parte per via della ristrettezza polsacea che ne è alla base.
Ho una teoria in mente. Che non ha nulla a che fare con quella Darwiniana. Diciamo che, per un colpo di mio genio, ho capito che ho questo "difetto" perchè da piccolo vedevo troppo (e mi ci immedisimavo di conseguenza) in Jeeg robot d'acciaio.

Che, per chi non lo conosce, non ho altro da spiegare. Ma per chi lo conosce e se lo ricorda, sa che il suddetto aveva polsi e caviglie strettissime. Quasi strette come il Gakkeen, per non parlare poi del Getter Two
Tolta questa precisazione e questa (necessaria) spiegazione e divulgazione di chi fossero Jeeg e Gakkeen, torno all'orologio.
Si, perchè poi ieri me lo sono comprato.
Ero partito con budget ed idee decisamente più impegnative. A torto, vedendo amici, colleghi e conoscenti che vanno in giro esibendo ai loro polsi orologgi ben grossi, possenti, colorati, supertecnologici e costosi, avevo deciso di darmi un tono anche io.
Ma poi, alla fine, ieri sono rimasto folgorato per la strada di Corigliano (CS).
Ed ho comprato questo:
Ritrovato (o residuato) tecnologico dei primi anni 80 credo. Una versione vintage dei primi orologi Casio.
€ 35,00 di spesa, con luce incorporata, ed è passata la smania da grande manager/egr. dott.
Che, diciamocelo, è un po' come quando un uomo compra i mega suv 4x4 per girare le stradicelle di paese o le più affollate strade di città ed è costretto a parcheggiare in quadrupla fila, magari sulle striscie pedonali di fronte all'uscita di una scuola, perchè non sa dove piazzare un pachiderma di 5 mt di lunghezza: ridicolo.
E il dubbio che "più grande de l'ho (il suv...) e più sono maschio e forte" è li pronto.
Come pronto è anche l'altro dubbio che chi ostenta grandezza poi, in fondo in fondo, nasconde piccolezza.

giovedì 17 dicembre 2015

Solo (senza Han) per me



E' uscito il nuovo film di Guerre Stellari.
Lo sanno pure i sassi, credo.
Spinto dalla volontà di vederlo, ho da prima trovato un cinema decente in zona che lo trasmettesse, successivamente è sorto l'annoso dubbio sul quando andarci e, soprattutto, col chi andarci.
Fare l'orso o il riccio (come dice qualcuno) o tentare la ricerca di un po' di socialità.
Tra i miei amici/conoscenti più immediati, anche in termini di vicinanza kilometrica, non ho molti appassionati del genere.
Per fortuna, ultimamente, ho conosciuto un gruppetto di persone molto simpatiche e tra queste ne spiccano un paio che hanno dimostrato di avere gusti ed interessi talvolta molto simili ai miei.
La tecnologia wazzappiana mi ha permesso quindi di proporre l'evento e, con grande gioia, vederlo accettato.
Quindi, se tutto va come al solito, martedì andrò a vedere, in compagnia di questa coppia di amici (marito e moglie) il nuovo Star Wars.
La felicità estemporanea della cosa però è stata un po' incrinata quando, nel momento di prenotare i biglietti online, mi è stata posta una innocua domanda: "Quanti biglietti per te?".
Ed io, sospirando e storcendo vagamente le mie labbra in un'espressione di disappunto, ho come di consueto digitato: "Solo per me".
Qualche mese fa avrei risposto in altra maniera, forse.
O più probabilmente avrei, come di consueto, girato a vuoto un film solo nella mia testa, ritrovandomi comunque solo.
Poi dici che sono solo film e racconti inventati. Ma questa storia della Forza e della battaglia tra il lato buono ed il lato oscuro colpisce secco.
Sono uno jedi nelle apparenze e speranze, un sith nella realtà.
E come tale il percorso è oscuro, freddo, tortuoso, va affrontato da solo. E probabilmente non porta da nessuna parte.



lunedì 14 dicembre 2015

Han Solo

Ieri pomeriggio, assieme ai miei colleghi, abbiamo fatto visita ad un'altra collega che di recente ha avuto una bella bimba.
Eravamo un bel gruppo. Circa una decina di persone in tutto.
Come è di prassi, gli uomini adulti si sono messi sul divano, le donne adulte sedute al tavolo della cucina mentre i bimbi erano sparsi sul tappeto.
Il mio occhio clinico ha fatto si che notassi che uno dei bimbi avesse una manciata di pupazzetti Lego al suo seguito; ciò ha fatto si che mi avvicinassi a lui e chiedessi di farmeli vedere.
Ciò ha fatto si che per un bel po' io fossi, ad onore, annoverato tra i bimbi e quindi mi spargessi anche io sul tappeto.
Questo già la dice lunga sia sulla mia capacità comunicativa con i miei pari età, sia la mia probabile età mentale.
Non a caso sono stato introdotto dalla madre di uno di questi bimbi come: "quello appassionato come voi di queste cose". 
Sinceramente non mi sono trovato a disagio. Anzi, semmai il disagio lo ho provato con gli adulti, quando ho dovuto necessariamente sedermi al divano dei capi tribù, mangiando crostata, bevendo amaro lucano e guardando, ahimè, l'album fotografico del matrimonio di questa mia collega e, non da ultimo, anche il filmino (dove ero stato, ovviamente, inesorabilmente inquadrato in pose ed espressioni quantomeno ridicole...).
Fatto sta che tra i pupazzetti dei lego campava bellamente il mitico Han Solo.
Il bimbo suo proprietario, purtroppo, non ne sapeva neanche il nome. Lo aveva trovato semplicemente nella confezione del Millenium Falcon.
Stessa confezione e stesso modellino dei lego che ho pure io, tra le altre...
Al che mi sono prodigato in una veloce ma esaustiva presentazione dell'immarcescibile Han. Nominando, più o meno a spot, diversi altri protagonisti della storia di Star Wars.
Il bimbo, tutto sommato, li conosceva. Aveva un po' di confusione in testa, ma ci sta.
A conclusione della visita, il bimbo:

  • sapeva meglio di Han Solo;
  • come regalo di natale ha espresso ufficialmente ai propri genitori di volere in dono il Millenium Falcon dei Lego (quello grande e fico che costa più o meno un occhio...)
  • vorrà vedere il Risveglio della Forza (e anche io, solo che la vedo dura visto che nel triste cinema del mio triste paesotto per le prossime settimane sono in proiezione solo film sul Papa, film di Boldi e, a ruota, quelli di Pieraccioni e Zalone).



venerdì 11 dicembre 2015

Cosa succede amico estetico?



Ieri sera sono stato al concerto di Venditti.
Ok.
Sto male?
Si. 
Forse.
Potrebbe andare meglio, quello sempre.
Il fatto è che mi è piaciuto.
Sinceramente, quando il mio amico concertaro "L" mi ha proposto la cosa ho storto un attimo il naso.
Cioè. Io non sono tagliato per quel genere di musica, o almeno è quello che credo (o credevo).
Eppure Venditti, mi sono reso conto, calca i palchi musicali da una quarantina d'anni. Insomma, non è proprio l'ultimo dei fessi.
Diciamo che della generazione dei "68ini" è uno dei pochi che si è salvato, e pur virando verso una maggiore commercializzazione del proprio genere ha pur sempre mantenuto un certo livello di qualità e, cosa di non poco conto, orecchiabilità.
Perchè tutto sommato i suoi brani, per quanto alcuni decisamente interessanti anche nei testi, sono quelli che ti puoi ritrovare abbastanza di frequente a fischiettare.
Ma non è certo che lo scopro io Venditti.
E' che mi sono scoperto di sapere, nonostante tutti i miei muri interni, abbastanza bene molti testi delle sue canzoni.
E qui' che sono caduto come un asino. 
Sono più morbido di quanto voglia credermi e non solo apparire.
Quando sento certe parole, certi ritornelli, certe dannate storie raccontate e cantate, non posso non sentirle in parte su di me.
Venditti, forse più di altri, qualcosa la smuove dentro di me.
E non era previsto.
Come non era previsto il concerto.
Come non era previsto pensare ad una certa persona durante il concerto.
Antonè, potevi farti i fattacci tuoi?
O potevo farmeli io?
Forse più la seconda.

Rincoglionirsi non conviene.


giovedì 10 dicembre 2015

Il mio nome (non) è Remo Williams


Chi si ricorda di questo film?
Credo in pochissimi.
E' uno i quei film anni 80 che a dei ragazzini adolescenti, come il sottoscritto, non poteva non lasciare un segno indelebile.
Tra alcune memorabili battute (una delle quali uso ancora di frequente) e scene simil epiche di azione e combattimento, insuperabile resta quella dell'allenamento per far indurire le dita delle mani.
Alcuni anni dopo, vedendo un certo e 'poco noto'  cartone animato giapponese chiamato Ken il guerriero, l'esasperazione delle dita indurite usate come vere e proprie armi mortali di combattimento raggiunse l'apoteosi.
"Sei morto ma ancora non lo sai" annunciato enfaticamente da Kenshiro dopo aver piantato una o più dita nel cranio dei propri nemici, ho pensato svariate volte di metterlo come avviso personalizzato per la ricezione degli SMS.
Qualche anno dopo, in un altro 'poco noto' cartone animato giapponese chiamato i Cavalieri dello Zodiaco, un certo Sirio il Dragone si allenava restando in equilibrio, in verticale, sulle proprie dita.
Insomma.
Tutto bello, tutto fico, ma come sempre poco affine alla realtà.
Peccato perchè, essendomi cimentato l'altro ieri nel montaggio dell'albero di natale, mi sia scartavetrato via centimetri di pelle dalle mani e dalle dita. Sorte non migliore è accaduta alle mie unghie.
Alla fine del montaggio, in pratica, avevo le mani distrutte.
Che razza di albero di natale hai montato? Domandereste con giusto interesse.
Non lo so. E' un albero comprato da mia madre un paio di anni fa. E' gigantesco ed è un'arma contundente non dichiarata tale ma spacciata, appunto, per un semplice addobbo natalizio.
Per fortuna, anche per questo, natale viene una volta l'anno.
Non sono Remo, non sono Ken, non sono Sirio e neanche Wolverine.
Stacce.

domenica 6 dicembre 2015

Alta infelicità


 
La decadenza della nostra società e della nostra intera razza io la vedo ovunque.
In ultimo in un deprimente e pessimo programma tv intitolato "Alta infedeltà".
Da qualche settimana, almeno io, l'ho notato. Va in onda a nastro su DeeJay TV (che già fa tristezza come radio, ma come contenitore tv è se possibile anche peggio).
E nulla. Il programma narra storie di tradimenti. Punto.
Ci stanno i presunti protagonisti che narrano gli eventi a mò di intervista. Poi ci sta la fase filmica che, con attori che rassomigliano vagamente ai protagonisti di cui sopra, mettono in scena il teatrino dell'ato tradimento.
Cosa insopportabile è l'"Alto tradimento", annunciato con voce suadente prossima ad un coito dalla speaker/terza narratrice/deus ex machina dell'intero programma, non appena scatta la scena culmine del tradimento.
Insomma, una porcata senza mezzi termini.
Odio il tradimento, si capisce? E' una delle cose che proprio non sopporto che non tollero che non, e basta.
Ed odio chi di questo, addirittura, ne fa una narrazione da intrattenimento.
Sarà per questo che odio di conseguenza film come l'Ultimo Bacio, la Finestra di Fronte, la quasi intera produzione di Ozpetek, Muccino, Almodovar e via dicendo.
Diciamo che nello schifezzometro delle varie trasmissioni dementi per dementi questo Alta infedeltà raggiunge picchi ragguardevoli.
Diciamo che assieme all'immondizia mediatica tipo Grande Fratello, Uomini & Donne, Quinta Colonna, l'Arena, andrebbe dritta dritta nel non riciclabile, come i pannolini sporchi.


giovedì 3 dicembre 2015

Gracile



Non ho per nulla un fisico statuario.
Ho la fortuna di essere solo un po' snello di mio. Non perchè non mangi, anzi.
Forse è perchè mangio cose tutto sommato genuine, se ancora qualcosa di genuino esiste, evitando più per caso che per scelta alcuni cibi spazzatura.
Tolto l'apparenza estetica, le mie difese immunitarie sono alquanto blande.
Con questa in corso, nell'anno 2015 penso di essermi buscato almeno 4 volte l'influenza.
Per dirla tutta, influenza è un termine inesatto. In genere prendo infreddature, colpi d'aria per come volete intenderli.
Il tutto, in genere, nasce dalla gola.
"Hai il collo come un cigno" mi disse qualcuno eoni fa.
Al pari di un cigno, però, appeno busco un po' d'acqua o di umidità la mia gola ne risente.
E dal mal di gola, nel 90% dei casi, l'evoluzione è la seguente: raffreddore, tosse ed infine febbre.
Al momento sono nella fase tosse e sto cercando, con vari rimedi medicali, new age ed ancestrali al contempo, di evitare il sopraggiungere dello stato febbrile.
Poi, in quanto maschio, sapete cosa vuol significare avere una febbre per noi "sesso forte".
E nulla. C'è poco da dire.
"Sei gracile"mi disse sempre qualcuno eoni fa.
E forse c'aveva pure ragione.
Certo, se la non eccezionale prestanza fisica la si unisce alla mia caparbia faciloneria con cui affronto i primi inesorabili freddi, è facile rimanere fregati.
Io sono il tipo che "l'ombello me lo porto, ma che senso ha aprirlo in un tragitto di 10 metri dal portone alla macchina (e viceversa)?" e anche del "il giubotto che lo metto a fare?" sempre riferito ai famigerati 10 metri di spostamento. 
E quindi, capirete, se poi i 10 metri diventano magari 100, se nel mentre non piove ma diluvia, non tira vento ma c'è la bora, ci casco facile.
Fatto sta che dovrei un minimo rinforzare le mie difese interne. Ho fatto un ciclo di fermenti lattici che, a detta di un estemporaneo guru della salute, mi ha detto mi avrebbe protetto un minimo.
Forse aveva ragione anche in questo visto che, almeno per ora, la febbre non è sopravvenuta.
Dovrei rinforzare anche le difese esterne, ovvero mettere una cazzo di sciarpa, un cappello di lana o anche solo infilarmi i giubbotti.
Dovrei anche tonificare un attimo l'esterno. Non vado a correre da secoli e anche la bici è giù nel garage in attesa che arrivi la prossima primavera.
Dal 9 novembre, quindi da quasi un mese, ho sulla mia scrivania un certificato medico di sana e robusta costituzione (?) che dovrebbe permettermi di segnarmi in palestra.
Nulla di che, non aspiro a diventare Conan il barbaro. Ma magari, un po' per passare il (poco) tempo libero in un modo diverso dal solito, un po' per tonificare sto fisico che con l'andare del tempo e dell'inattività si sta inesorabilmente arrugginendo, conto di iscrivermici.
Magari per la fine di questo strano 2015 ci riuscirò.

lunedì 30 novembre 2015

Metamorfosi di un'onda anomala che poi diventa una pozzanghera



Ecco.
Tra i post lasciati in bozza ci stava proprio questo, con questo titolo.
Contrariamente a tutti gli altri post in bozza, che poi si sono trasformati in post veri, questo è rimasto lì.
Un titolo particolare, ma nulla di scritto a parte questo.
La bozza è data 09/04/2010. Quindi più di cinque anni fa.
E non ne avevo, fino a pochi minuti fa, assolutamente memoria.
Il titolo, di per se, basterebbe quasi a riempirlo un post. Ma chissà che cosa volevo scrivere all'epoca. Chissà a quale pensiero era associato. Chissà, in soldoni, che cosa volevo scrivere.
Provando a fare un gioco, oggi, cosa scriverei con questo titolo?
Di certo un post personale, su uno stato d'animo mio.
L'onda anomala che poi diventa pozzanghera. E' un titolo tutto mio.
La cosa particolare è che, seppur siano passati cinque anni, non mi sembra di essere poi tanto cambiato.
Chissà cosa mi era accaduto.
Forse l'ennesima delusione sentimentale?
Questa onda anomala che tutto avrebbe dovuto travolgere che cosa poteva essere? Oppure chi?
E la pozzanghera?
Iperbole di qualcosa che poteva essere ma che poi non è stata.
Una dopata colossale quindi.
Molto nelle aspettative, poco o nulla nella sostanza.
Sì. Tipico mio. Sia il vivere situazioni con queste premesse ed identiche conclusioni.
Ma anche tipico mio, sembrare di essere chissà cosa e poi, umanamente, fallire come se non peggio di tanti.
La caduta è più dolorosa se fatta da un gradino posto più in alto.
Cinque anni e non sentirli.
Cinque anni e sono tornato, a quanto pare, alle stesse identiche conclusioni.
Continuo a non ricordare nulla, ma penso di non essere molto distante da quello che volevo scrivere all'epoca.
Un lustro di nulla?
Dai, non voglio essere così totalmente pessimista: strano a dirsi.
In qualche modo, alla fine, l'onda si è mossa.
Qualche cavallone l'ho pure generato.
Che poi, anche l'onda più potente, lentamente si può ritrarre e lasciare, appunto, una pozzanghera.

venerdì 27 novembre 2015

Io e ZC



ZC, meglio noto come Zerocalcare, meglio noto come...il vero nome non me lo ricordo, non penso che sia importante.
ZC è un fumettista. E' italiano ed è bravo.
Il fatto di essere cresciuto, tra gli altri, a pane e comics americani o manga giapponesi, mi ha fatto sempre storcere il naso nei confronti del nostrano panorama fumettistico.
Non sono mai stato un particolare estimatore dei Bonelli, ho retto, in passato, qualche numero di Nathan Never, del tanto blasonato Dyland Dog ho digerito forse 5 numeri in 25 anni di onorata carriera di lettore di fumetti, recentemente ho sopportato per 6/7 numeri tale Dragonero.
Anche i vari Diabolik, Lupo Alberto, perfino Corto Maltese non mi hanno mai preso più di qualche numero.
Sarà che anche nel fumetto ho gusti un po' sparaflashati, e snob, ma ho sempre preferito leggere storie di tipi in calzamaglia con colori sgargianti o emo dark/bassisti carismatici con complessi di onnipotenza o con carenze varie d'affetto.
Ecco. Un barlume, neanche tanto piccolo, anzichenò direi accecante, lo riscontrai nel Rat Man di Leo Ortolani.
E' stato forse il primo autore italiano a colpirmi. Con la sua ironia ed i suoi continui riferimenti al mondo nerd/geek.
Insomma. Un nerd/geek che scrive cose per altri nerd/geek.
L'evoluzione di Ortolani, per conto mio, ha portato poi a Zerocalcare.
Ecco. Io quando leggo Zerocalcare è come se leggessi me.
Non so, non mi è quasi mai accaduto leggere ed immergermi così tanto in un fumetto. In una storia, in un personaggio.
Trovarci non solo tanti riferimenti, ma anche tante certezze, tante verità.
E' come, d'improvviso, sentirsi meno soli, meno unici, meno abbandonati.
Non voglio scrivere un pippone psicopedagogico al riguardo. Zerocalcare, credo, va semplicemente letto.
Potrà piacere, credo, al pubblico un po' meno "vip". A quelli che a scuola erano un attimo meno protagonisti, quelli magari un po' presi in giro per il naso troppo lungo o perchè leggevano, appunto, fumetti.
Agli altri, probabilmente, potrà sembrare una cazzata.
Per quegli altri, le cazzate eravamo già noi.
Ma va bene così. Anche nei fumetti di Zerocalcare non ci sta rancore, non ci sta rivincita.
Ci sta il risultato di come certe cose segnano la vita di tutti noi. Dalle più piccole alle più grandi. Dal non aver avuto un giocattolo o il proprio primo bacio non ricevuto se non a 18 anni.


lunedì 23 novembre 2015

Pijamose...la





Premessa 1: non ho nulla contro Roma ed i suoi abitanti, tutt'altro.
Premessa 2: non sono un bacchettone perbenista.

Premesse d'obbligo al post che segue.
Ebbene, qualcuno avrà già intuito, leggendomi, che non sono un tipo molto profondo per ciò che riguarda la filmica televisiva.
In sostanza: film troppo psicologici, pieni all'osso di scene e di riferimenti sessuali, di esagerazioni della vita "normale", non sono il mio forte.
Fatto sta che il 99% della produzione filmica (e telefilmica) italiana verte sui cavalli di battaglia anzi espressi.
A memoria rammento giusto un paio di film italiani degni di nota e che guardo, riguardo e consiglio un po' a tutti. Un esempio è Ovosodo.
Di contro, però, abbiamo in giro una selva di "opere" che definire di dubbio gusto è un complimento.
Una tra tutte, che proprio mal digerisco quasi al pari delle innumerevoli varie di Gabriel Garko, è Romanzo Criminale.
Ecco, imboccato benevolmente dal fatto che tale serie televisiva (tratta da un libro e di cui esiste anche un film) aveva come protagonisti un gruppo di cattivi, una banda, una "batteria", mi ci sono avvicinato.
Mi ci sono avvicinato anche per affetto. Ma questa è una cosa che la potrebbe capire forse solo una persona, e passo avanti.
Tornado a R.C., che dire?
Io non capisco tutto questo grande fermento per la serie. Non capisco come le persone possano avere eletto a loro mito Er Freddo, Er Libanese, Er Dandy e tutti sti personaggi assurdi.
Forse realmente esistiti, visto che si parla di riferimenti della Banda della Magliana, ma...per carità, tutto ha un limite.
Ho notato che la serie ha un notevole seguito anche nel mondo femminile.
Non ci vado morbido. Secondo me le donne lo vedono come noi uomini vedevamo Bay Watch. Mica per la trama! Per la Anderson e per tutte quelle tornite bagnine.
Libano, Dandy, Puma e company, sono visti, principalmente, per il loro bel viso, per i bicipiti, per l'idea di mascolinità dura e da macho che impersonano.
Perchè, diamine, anche le donne hanno ormoni ed è pure giusto che li facciano girare a loro piacere.
Però camuffare questo per "passione" per una serie di così basso livello è un altro paio di maniche.
Insomma. In due episodi che ho visto, tolta la sequela di parolacce che per me, formato alla scuola dei "Pierino" mi fanno un baffo, le immancabili scene di sesso (alcune notevolmente spinte e, per i miei gusti, volgari), e qualche straccio di parola in italiano (e non in romanesco, peraltro comunque comprensibile), tra una sparatoria, una scena di biliardo ed un scopata, io non c'ho trovato nulla.
"Pijamose Roma" è il lietmotiv della serie, che viene detto ogni 3x2, e che mi fa pensare che l'unica cosa da pijare è il telecomando per cambiare canale.
Io non sono un cineasta. Non sono neanche un cinefilo. Sono uno come tanti che passa del tempo davanti la TV. In sostanza sarei l'ultimo che dovrebbe parlare.
Sono uno a cui piacciono i film di Van Damme, per dirla tutta. E quelli lì, giuro, per quanto io sia conscio che sono delle fetecchie assurde e parossistiche sono comunque meglio del 90% della produzione filmica italiana.
Il cinema italiano, gli attori italiani, i registi italiani, il nostro concetto di fare intrattenimento è totalmente sbagliato, anacronistico, ripetitivo e stancante.
Non esiste un film o una serie che, negli ultimi 25 anni (l'ultima credo sia stata Fantaghirò), abbia dato un senso di novità. Tutte fotocopie identiche l'una dell'altra. Cambiano, neanche sempre, gli attori (alcuni ormai moriranno con i loro personaggi, tipo Don Matteo) ma per il resto sono identiche.
R.C. ha avuto solo la vaga idea di spostare l'attenzione sui cattivi, per l'appunto. Non in maniera dissimile come fatto con Garko nella serie dove lui fa il malavitoso, ed è tutto dire.


P.S. Sì, lo so che in fondo in fondo sono io quello strano. Quello coi gusti a volte indecifrabili e che pare non si accontenti mai di nulla. Forse dovrei vedere qualcosa di buono anche nella nostrana produzione filmica. E ammetto che il 50% di astio e sarcasmo in questo post è diretto altrove e che R.C. è solo una bambola voodoo a cui puntare qualche spillone.





venerdì 20 novembre 2015

22



Più o meno ogni giorno aggiorno il mio calendario da scrivania.
Ieri sera, passata la mezzanotte, prima di mettermi a letto ho fatto "click".
Scatta, ovviamente, il 20-11.
Preso da fisime personali, beghe lavorative, affetti inappetenti, avevo quasi dimenticato l'arrivo di questo giorno.
Oggi, 22 anni fa, moriva mio padre.
Con questo pensiero mi sono messo quindi a letto.
Nonostante la TV accesa e la serpeggiante stanchezza, non sono riuscito a prendere sonno.
Automaticamente ho pensato a cosa accadde 22 anni fa.
Un fiume di sensazioni e di ricordi.
Ricordo ancora come la mattina del giorno del funerale, feci giusto due telefonate a quel paio di amici dell'epoca (che a loro volta, come accadde, avvisarono tanti altri amici).
Ricordo il funerale, era una giornata grigia, uggiosa.
Ricordo il saluto a mio padre, lì nella bara.
Ricordo anche che piansi, che sbattei un paio di porte.
Ero un ragazzetto di 17 anni. Molto scenico, tutto sommato.
Mio padre mi manca.
Ha le sue colpe. Già lo scrissi proprio su questo blog anni fa. Non mi ripeterò al riguardo (alla Paganini).
Al pensiero non certo festoso della ricorrenza, si è unita un'altra prepotente constatazione.
Sono passati appunto 22 anni. Ed io cosa sono diventato?
Una delle cose che più mi ha colpito (e che comunque mi sta colpendo di frequente, come un lavoro di cazzotti ai fianchi che manco Tyson), è che non sono diventato nulla di quello che speravo.
Cioè, senza giri di parole: a 40 anni (ok 39) mi vedevo quantomeno sposato e con un paio di figli.
Invece sto qui' a scrivere minchiate su un blog, a fare il "ragazzo dei concerti", il nerd da convention e mostre fumettistiche ed  ad interpretare un decadente pensatore rurale.
Cosa non va in me?
Cosa non ha funzionato da 22 anni a questa parte?
Sinceramente, vedo gente felicemente accoppiata che, diciamocelo, qualche dubbio sulle altrui capacità visive ed olfattive lo insinua.
Sono davvero così pessimo?
Sono davvero così brutto? Antipatico? Pignolo? Rancoroso?
Forse non so fare bene l'amore. Cacchio! E' importante anche quello! Non penso proprio di essere un pornoattore (nè come prestanza, nè come durata, nè come idee e fantasie particolari).
So di non avere un bel carattere. Ma, cazzo, ci sono persone veramente formate dal 90% di sterco (non parlo solo di estetismo, ma anche di valori e modi di fare interni) che hanno famiglia!
Non mi spiego. Non posso prendermi sempre e solo io la colpa di tutto. Qualche colpa ce l'ha pure altra gente.
Tutte le mie (poche) ex di cui ho notizia, ora sono belle e che felici. Una, pochi giorni orsono, spulciando tra i contatti di wazzpp, come foto profilo aveva lei in abito da sposa.
Pare che io sia quello che passa e lascia qualcosa. Si, certo! Lascia la voglia di trovare una persona totalmente differente.
E' come se fossi una specie di punto di confronto. Quello che "mai più". La brutta copia di quello che poi viene.
Sono il punto di rottura.
Non nascondo che in me, queste autodefinizioni, creano un piccolo moto di orgoglio.
Ecco. Io sono orgoglioso. O, almeno, divento orgoglioso per ste cazzate. Mi crogiolo in queste cavolate da ragazzino brufoloso.
Sono rimasto ad un punto fermo della mia vita. Quello che quando andavo a mare, mi piazzavo in acqua ed aspettavo i cavalloni. Mi mettevo lì con un ginocchio a proteggermi ed aspettavo l'impatto.
Venivo, ovviamente, spezzato e capovolto il più delle volte. Ma mi sentivo forte, come  Come quello che aveva spezzato l'onda, anche per un istante.
Vivo di fratture ipotetiche di onde. Onde che invece infrangono me.
Dovrei uscire dal mare. O se ci devo stare, nuotarci come fanno quasi tutti i comuni mortali.
Avrei voluto avere dei figli.
Una femminuccia per iniziare. Forse l'avrei voluta chiamare Azzurra.
Un maschietto anche. Chissà se sarebbe uscito spiccicato a me, come io sono uscito spiccicato a mio padre.
Penso sarei stato un buon padre.
Anche un buon marito, o compagno (non reputo fondamentale il matrimonio).
E invece nulla.




mercoledì 18 novembre 2015

Addio


"Modo di salutare separandosi, bene augurando a chi resta o a chi parte, quasi intendendo ‘ti raccomando a Dio’"


Chi di noi non lo ha detto almeno una volta.
Io, da par mio, lo ho detto varie volte.
Tante volte me lo sono sentito dire, ovviamente.
Ci vuol coraggio nel farlo. Nel dirlo, nel sentirlo, nello scrivere ma, soprattutto, nel mantenerlo.
Perchè, per quanto si possa essere affranti, offesi, deboli o viceversa arrabbiati, un grammo di quello che si vorrebbe salutare per sempre resta sempre.
Possiamo dire addio alle persone, al tartaro ed alle diete. Ma dire addio ai pensieri di quelle persone (o tartaro o diete) risulta sempre difficile e spesso poco attuabile.
La variante "al diavolo", magari nasconde un maggiore astio, una poco velata maledizione, ma in soldoni non cambia.
Ci si sente, lì per lì, forti. Quasi liberi di aver dato sfogo al proprio senso di frustrazione.
Chi dice addio non lo fa facilmente.
Non è uno starnuto.
Ma dopo quella mezza giornata di forza e di convinzione, l'assenza torna prepotente.
E lì, in questi casi, bisogna essere doppiamente forti (o doppiamente sciocchi...).
Forti o sciocchi.
E' un dubbio.
Forti nel mantenere saldo l'addio.
Sciocchi nel non dare magari speranza che l'addio non sia definitivo.
Alla fine è una parola.
Se ne dicono tante.

domenica 15 novembre 2015

Marginalità

 
 
Nell'idea primigena, questo post doveva parlare del concerto dei Foo Fighters.
Ora è un po' più difficile farlo.
Perchè, nel mentre che io mi divertivo e scatenavo a suon di musica e spintoni, in Francia accadeva qualcosa che definire cruento è poco.
All'uscita dal concerto dei FF, ancora con le orecchie fischianti, ho captato qualche chiacchiera lì nel parcheggio.
Parole come "sparatoria", "attentato", "concerto".
Ero troppo al contempo stanco e troppo euforico per approfondire.
Poco prima di crollare sfinito sul sedile del pullman che mi avrebbe portato a casa, ho cercato di vedere qualcosa su internet dal cellulare, ma con scarsa fortuna (il sito dell'ANSA parlava ancora delle solite inutili beghe di politica interna).
Da una decina di giorni mi sono cancellato da facebook. Santa cosa, per il momento. Per cui non ho potuto avere quel messaggio immediato dalla rete che, forse, è l'unica cosa che potrebbe essere utile nei social.
Il tutto quindi l'ho rimandato solo alla mattinata di ieri. E lì ho appreso quello che era successo.
Non ho molto da riferire poi in merito. Da 48 ore ormai è un continuo di trasmissioni, telegiornali, radiogiornali che parlano a nastro della strage di Parigi.
E' stato già detto e scritto molto, più di quanto potrei ora fare io. La mia marginalità, anche in questa situazione, è evidente.
Ecco. Non avevo scelto ancora il titolo di questo post.
Marginalità.
Riassume perfettamente il mio stato attuale, pure quello passato se per questo.
Non essere mai di "peso". Non essere mai il grammo che fa pendere di più da una parte l'ago della bilancia.
Me lo dimostra la vita. Me lo dimostrano gli affetti. Me lo dimostra il lavoro.
In queste stragi si avverte un senso di piccolezza ed impotenza, che in me è simile a quella che provo quando mi rendo conto di non essere mai decisivo per nessuno.
Sto lì a guardare, come davanti ad uno speciale di Vespa.
Morbosamente quasi; a bocca aperta.
Provo rabbia e rancore.
Per tante cose. Per un paio di persone. Anche verso me stesso.
C'è una tale confusione dentro di me che mi blocca.
Avete presente come quando qualcosa è così veloce da sembrare immobile? Ecco. Sono circa in quello stato.
Quasi bloccato da queste vibrazioni negative.
Passerò questa ennesima domenica come una sorta di eremita.
Non risponderò, probabilmente, ad eventuali telefonate.
Forse scambierò 4 parole su wazzapp (altro strumento che, prima o poi, credo bandirò dalla mia vita per incapacità nel suo uso e nella sua comprensione).
Non parlerò, sicuramente, con chi vorrei parlare.
Probabilmente passerò una giornata a leggere, o davanti la x-box.
Zero socialità.
Strano per uno che è stato schiacchiato come una sardina, manco due giorni fa, per due ore abbontanti in mezzo a 15.000 persone urlanti e festanti.
Ma è così.
Affronterò un altro giorno da "solo".
Come spettatore della mia vita. Come spettatore delle vite altrui. Anche di quelle che, ahimè, non ci sono più.
Marginalmente.

lunedì 9 novembre 2015

Ai blocchi di partenza



Ieri sera, durate una cena/riunione di famiglia, è saltato fuori l'inesorabile argomento legato ai rapporti di coppia.
Io, che in questi periodi proprio non vorrei sentire parlare di cose del genere, mi sono comunque ritrovato, mio malgrado, a dover ascoltare le varie tesi, esclamazioni, convinzioni, alcune le definirei anche farneticazioni.
Tra le varie, e mi duole sentirlo provenire da parenti a me molto stretti, nell'anno del Signore 2015 pare che ancora sia radicata la convinzione che la scuola che frequenti è sintomo della tua personalità.
In soldoni: se studi ad un liceo professionale sei uno col cervello fino ed i bicipiti grossi. Se studi ad un liceo sei invece uno intelligente. Degli istituti tecnici (di cui io faccio bella rappresentanza) non è invece dato sapere.
Per cui, calando nel discorso l'affermazione (farneticazione) di cui sopra, si è giunti alla conclusione che "una ragazza (minorenne/adolescente) che si fidanza con uno ragazzo suo pari che studia al professionale, è una ragazza attratta "dai bicipiti e dalla rudezza". Ragazza che poi, con statistiche tutte da definire, all'età di 30 anni "scoppia" e cerca, l'uomo col cervello (presumibilmente quello uscito appunto dal liceo...).
Considerazione collegata, ed opposta nelle parti, è quella del ragazzo proveniente dal liceo che, per educazione, finezza, intelligenza, all'inizio, ai "blocchi di partenza" in una ipotetica relazione con la ragazza di cui sopra (sorta di avatar/totem che pare faccia pensare che tutte le ragazzette di una certa età siano decisamente frivole), parta decisamente svantaggiato. 
Che, appunto, fino ai 30 anni (età dello scoppio della famosa ragazza), sia destinato a cocenti delusioni, ad essere friendzonato una volta si e l'altra pure, ed ad andare avanti solo grazie alla comune amica "Federica". Poi, a 30 anni ed 1 giorno, il liceale represso emana zaffate di ormoni dal Q.I. rafforzato, e le ragazze deve spazzarle via da davanti casa per poter uscire od entrare.
Queste, in sostanza, le conclusioni.
Le mie, anche se fugacemente interpellato (ed altrettanto fugacemente ignorato), ovviamente non sono neanche minimamente avvicinabili.
Appunto...è da trogloditi pensare ancora che ci si debba prendere e piacere e stare solo se compatibili a livello culturale/scolastico. Certo, capisco che alla fine forme mentis, interessi e competenze comuni pesino non poco in un rapporto. Ma pensare, ancora oggi, che una mia figlia non possa frequentare e magari trovarsi bene con un ragazzo che ha scelto un corso di studi più pratico e meno filosofico, è arretrato ed offensivo.
Altra considerazione sul partire lento dai blocchi. In questo, per carità, qualcosa di vero soggiace. Ma la timidezza di una persona non deve essere confusa o attribuita al suo corso di studi. Tutti conosciamo persone timide o, viceversa, estroverse ed intraprendenti. E non penso che sia possibile stilare una statistica che fa dire che gli estroversi sono per lo più idraulici mentre gli introversi sono matematici.
Io, e qui, giungo infine, ho una istruzione nella media. Ho preso una laurea, non mi sento un genio e non sono migliore di tanti altri. Non ho mai badato a quello che so, che ho imparato. A come parlo o a come scrivo. Eppure, sempre nonostante tutti i libri letti, tutti gli argomenti affrontati (per lo più nella mia testa), tutte le nozioni apprese...davanti ad una ragazza che mi piace, non so spiccicare parola senza sentirmi impacciato, goffo, noioso.
E tutto questo, non penso, deriva dal mio sapere. Non credo che se sapessi fare un impianto elettrico saprei intrattenere meglio una ragazza. E non credo che, a parti inverse. una ragazza potrebbe trovare meno noioso stare con un laureato piuttosto che no.
Insomma. Considerazioni che per me sono proprio fuori dal mio modo di ragionare.
Eppure, se ci penso, molte persone, ancora tante, vedono le cose in questo modo schematico, freddo, giurassico.
I dinosauri, alla fin fine, non si sono estinti.

venerdì 6 novembre 2015

martedì 3 novembre 2015

Musicoterapia (ovvero shopping terapeutico)



Quando si dice che la musica fa bene, si dice bene.
Certo c'è musica e musica. I gusti sono vari, alcuni magari discutibili. Ma se a qualcuno reca gioia ascoltare D'Alessio, contenti loro ecco...
Io ho i miei gusti che chi mi conosce un attimo sa verso quali generi puntano.
Anche questo 2015 mi ha riservato un buon carnet di eventi musicali a cui ho potuto partecipare.
Fino ad oggi, salvo involontarie omissioni, le mie orecchie ed il mio animo sono stati deliziati e rigenerati da:
- Verdena
- Paolo Benvegnù
- AC/DC
- Litfiba
In programma, al momento, ho:
- Il teatro degli orrori
- Foo Fighters
- Chris Cornel (questo ad aprile 2016)
Il biglietto per il buon Chris lo ho appena acquistato.
Sì, perchè al pari di alcune donne (che magari si buttano su scarpe e abbigliamento vario), cerco di scacciare i momenti tristi facendo shopping terapeutico.
La mia terapia è la musica.
E' andare per concerti. Se potessi (sia economicamente che logisticamente, ovvero senza fare centinaia di km per spostamenti vari ed annessi pernottamenti o viaggi della speranza su pullman di fantoziana memoria), penso dilapiderei il 90% dei miei risparmi in concerti.
Non devo rendere conto a nessuno di questo. Solo a me stesso ed alla mia anima.

venerdì 30 ottobre 2015

Pioggia



Piove.
Sai che novità.
Piove tanto.
Sai che novità.
Forse ci allaghiamo.
Quella sarebbe una mezza novità.
La pioggia è democratica, forse comunista.
Cade su tutti, non fa differenze.
Puoi essere solo più furbo, previdente o fortunato a ripararti sotto qualcosa.
Ma altrimenti lei cade su tutti, indistintamente.
La pioggia porta spesso tristezza.
Se piovesse col sole forse sarebbe meno triste.
Ma non sarebbe pioggia allora.
"Quando piove e c'è il sole le donne vecchie fanno l'amore".
E' un detto che ho letto da qualche parte.
La pioggia è pure vita.
Cade acqua dal cielo in fin dei conti, e se non avessimo più acqua sai che casino.
Non è sempre un disastro.
La pioggia fa pensare.
Fa anche maledire.
"Stà cazzo di pioggia!".
La pioggia è l'ombrello, il cappuccio, gli stivali.
E' il tergicristallo perennemente consumato ed ingottito che striscia sul parabrezza.
La pioggia è ascoltarla.
Il ticchiettio contro le grondaie, le persiane e le finestre.
Stare sotto le coperte, nel tepore del letto.
E' fare l'amore...o sognare di farlo.




martedì 27 ottobre 2015

Change (Getter Two)!



Non credo di essere il solo a pensare con chirurgica ricorrenza: "Mollo tutto e me ne vado!".
Quante volte si sogna ad occhi aperti. Si sognano cambiamenti drastici. Estirpazioni di radici più o meno profonde, che spesso hanno più l'aspetto ed il peso di ingombranti fondamenta di cemento.
Il desiderio è sempre lì, sopito ma mai domo.
Come anche la paura di assecondarlo.
C'è sempre una battaglia interna. Tra l'agiatezza dell'abitudine e l'incertezza del nuovo.
In me, inutile dirlo, vince a mani basse la seconda, la paura.
Non ho le "palle", per dirla in gergo francese.
Visiono svariati siti su ipotetici cambi di lavoro. In città lontane, in città che ho spesso solo visto scritte sulla cartina geografica.
E se non mi spaventano le distanze, mi affossano le esperienze richieste, con tutti quei termini anglofoni che fanno figura e spavento che non riesco a capire.
E mi dico: "Io? Aspirante esimio professionista operante nel paesetto sperduto della Basilicata, vado a fare il CFO (?!) a Novara? A Pierpà! Sei pesce d'acqua dolce e lì è un oceano salato! Tre giorni e torni piangendo!".
Allora altra evasione mentale diventa il viaggio.
Vado dove?
In Brasile? A fare che? Il turista per sempre?: "A Pierpà, non c'hai li soldi!"
Il Jamaica? Mi apro un barettino sulla spiaggia?: "A Pierpà, sai aprire a stento una lattina di cocacola! E non fumi...".
Europa del Nord? Svezia? Finlandia? Mi accontento anche di un lavoro modesto. Meno responsabilità ho e meglio vivo: "A Pierpà, primo fa freddo, secondo c'è il sole a mezzanotte per non so quanti mesi, terzo la lingua; il tuo attuale livello di inglese è pari a quello di Biscardi, figurati imparare una lingua ostica come lo svedese o il norvegese o l'islandese! Ed a servire ai tavoli ci vuole pazienza ed un sorriso perenne in faccia. Ti sgamano dopo tre giorni!".
USA?: "A Pierpà, a fare che? Investi quelle quattro lire che hai e ti compri un buco? O vivi nei motel dei telefilm dove vanno solo le coppie per fare sesso, i serial killer o quelli inseguiti dai serial killer?" E dopo tre mesi ti scade il visto e o ritorni a casa o fai il clandestino?".
Quindi...?
Quindi nulla. Ciccia. Servito.
Che per fare certi cambiamenti, in effetti, ci vuole coraggio, ci vuole determinazione, ci vuole avventatezza e ci vuole, magari, anche una persona che ti accompagni e che abbia lo stesso coraggio, se non più, la stessa determinazione, se non più, la stessa avventatezza, se non più, lo stesso affetto (se non più...o meno...).
Che ancora ho questo difetto di voler sognare i sogni altrui e non i miei.
Che ancora penso di voler fare le cose perchè vorrei stare vicino a chi sento di voler bene.
E chissene del lavoro, della casa, dei clienti.

"Datemi un centimetro su cui fare leva e terrò il mondo sulle spalle!".
"A Pierpà, c'hai 45 di piede, e pure la cervicale!".








giovedì 22 ottobre 2015

Anguille



Dannate anguille.
Dannate loro e come si divertono a girare spensierate nel mio stomaco.
No. Io non c'ho le farfalle nello stomaco, come molti altri.
Io c'ho stè cose peggiori ed un attimo più schifose.
Si girano, voltano, contorcono e fanno un po' quello che cavolo gli pare.
Odio sentirle. Si presentano sempre nei momenti meno opportuni.
Sembrano sopite, a volte credo che siano proprio sparite definitivamente.
Ed invece eccole lì, che riappaiono forti e se possibile più numerose di prima.
Ma non è su di loro che devo agire.
Non è con tisane o fermenti lattici che le posso placare.
Come per ogni problema, devi risalire o ridiscendere fino alla radice del problema stesso.
Il mio cervello!
E' lui a fare tutto. E' lui a fare anche quello che non gli richiedo di fare.
E' lui che mi fa svegliare nel cuore della notte e pensare a cose assurde. O che mi fa d'improvviso ridimensionare, con pensieri sconvenienti, nei momenti nei quali dovrei essere felice, sereno e spensierato.
Allora dannato cervello, che attiva le dannate anguille!
Ma soprattutto, dannato me.



martedì 13 ottobre 2015

Ce la faccio, ce la faccio (non ce la faccio, non ce la faccio)


Avete presente quella sensazione alla Calimero?
Dove tutto vi pare nero, sconosciuto e difficile?
Ebbene, a me capita spesso di sentirmela addosso, permeata negli organi interni,
Nonostante tutto è così labile il mio stato umorale. Che passa da picchi di serenità a baratri di pessimismo.
E mi ritrovo a pensare che i motivi sono poi abbastanza ricorrenti.
Affetti.
Lavoro.
Salute.
Più o meno in questo ordine. Poi, quando ho qualche acciacco, la salute risale al top ed è lì che penso: "è proprio vero che la salute è la cosa più importante!".
Ma in periodi di normalità, l'hit parade è questa.
Rispetto al passato, forse, sono solo un po' meno drastico e drammatico. Cerco di sorriderci sopra un po' di più, di immaginare magari scenari apocalittici dove, comunque, alla fine sopravvivo e sembro divertirmi.
Ricostruire può essere più interessante che costruire, più stimolante forse.
Comunque sia.
Non so gestire pienamente i miei sentimenti. Può sembrare un paradosso, un ossimoro. Invidio sinceramente chi, oltre che esternamente, anche internamente sa fare fronte e controllare il proprio stato d'animo. Quelle persone che riescono a mantenere sempre la trincea inviolata. Che non permettono all'esterno ed alle persone di intaccare il proprio modo di pensare, fare, agire e vivere.
Vorrei tanto imparare a gestirmi in questa maniera.
Mantenere il sorriso e la speranza nonostante tutto e tutti.
E pensare di farcela.


martedì 6 ottobre 2015

Bisogna abituarsi



A tutto ci si deve abituare.
Anche alla felicità.
Io non sono abituato ad essere felice, a vedere come le cose, stranamente, paiono mettersi tutte al posto che speravo prendessero.
Sono di default pessimista perchè in passato ho perso tanto, troppo.
Ho fame di felicità, ma ho paura di non mangiarla, bensì di divorarla.
Ho paura di perderla ora che l'avverto attorno a me e dentro di me.
Di perdere questo stato di "grazia", dove riesco a sorridere nonostante tutto.
Dove riesco ad essere positivo, dove progetto, programmo, sogno.
Non mi capitava da anni. Forse non mi è mai capitato o forse non mi ricordo neanche cosa si prova.
Però c'è. Non posso possederla, non posso segregarla come fosse solo mia; sarebbe un errore imperdonabile. Forse posso solo assecondarla e non spaventarla.
Non cacciarla via.
Non averne paura.
Abituarmi ad essere felice.
Perchè me lo merito.


lunedì 21 settembre 2015

Il vento



Riprendere a scrivere qualcosa sul blog in occasione di una giornata uggiosa: abbastanza consueto per il sottoscritto.
Forse il cambio di temperatura, l'approssimarsi del cambio di stagione, forse un punto di arrivo ed uno di inizio, ma da appena sveglio ho avuto il pensiero verso mio padre.
Lui non c'è più da anni, tanti, troppi.
Con una cadenza che non è quella che si merita (ovvero meriterebbe molto di più) vado a trovarlo al cimitero.
In queste occasioni racconto un po' di cose, talvolta parlando, talvolta no; comunicando con quella sorta di telepatia ed empatia che riserviamo quasi solo ai defunti, ai santi ed al dio in cui crediamo.
Ma quello che mi ha colpito a tal punto da scrivere queste quattro righe, è stato il vento.
Non lo avevo notato di principio, ma uscendo dal cimitero, il suo soffio mi ha incantato. Il fruscio degli alberi in quel silenzio religioso, mi ha portato indietro di anni e anni.
In un posto ed in un luogo totalmente differenti, se non per la religiosità che li accumuna.
Ho pensato, anche il quel caso, a persone care che non ci sono più. Ho pensato per un attimo alla mia infanzia, ed a quel luogo, una piccola pineta, dove ho udito quasi lo stesso vento, lo stesso suono, lo stesso silenzio.
Ho ricordato la pace e la serenità dell'epoca, vissuta per qualche istante proprio oggi.
Strano come un luogo notoriamente triste come un cimitero possa recare un sentimento quasi di gioia, eppure è stato così.


sabato 18 luglio 2015

Repetita

 
Come ogni anno, di questi periodi, mi scatta un'ulteriore ansia: quella da vacanza.
Dopo un anno a tirare carro e buoi, avrei decisamente bisogno di un periodo di relax e svago.
Quelle due settimane scarse che permettono a chiunque di ricaricare un attimo le batterie, far raffreddare il cervello, dimenticare codici, password e bollette da pagare.
La mia ansia deriva dal fatto di non sapere precisamente cosa fare. O, quanto meno, cosa fare di diverso dalle altre estati, magari anche dove andare.
Dopo tanti sacrifici potrei permettermi un vacanza in effetti. Ma la cosa che mi blocca dal farlo è la solitudine.
Il fatto di doverla non solo organizzare singolarmente, ma anche partire singolarmente.
I miei più cari amici sono accoppiati, io permango singolo, figurarsi se organizzano e/o partono con un portatore di moccolo ufficiale.
Amici nelle mie stesse condizioni? Ne conosco pochissimi e quelli che conosco, non per colpa loro, magari ti propongono il fine settimana nell'abusato Salento, o posti che di per se non mi attraggono.
Vorrei partire e conoscere o rivedere luoghi diversi.
Vai all'estero? Ho paura di volare.
Sì, sono una chiavica da più punti.
Solo, musone, piccioso, pauoroso.
Per cui, anche per questa estate 2015, mi attende il pietroso lungomare del mio sempre meno ridente paesotto, dove il 90% delle serate le passi vagando per locali visti e rivisti.
Invasioni sonore di cover di musica commerciale ed odiosa di Rossi, Ligabue, Negramaro e pessima compagnia cantando.
Proiezioni estive di film di dubbia qualità (quelli, cioè, che nel periodo primaverile nessuno al cinema si è cacato, per motivi più che ovvi...).
Qualche sagra di cibarie per mettere su quel paio di kg di rilassatezza (o amarezza).
La settimana scorsa ho fatto scorta di videogiochi, libri e fumetti e pulito i filtri del climatizzatore.
Questi, con molta probabilità, saranno il mio svago e la mia (parvenza) di gioia.
Che anche quest'anno la solitudine e la paura (mia, ma non solo mia...) mi porterà a ripetere le stesse cose che faccio dal 1994.
Coniare uno slogan pubblicitario, tipo quelli delle imprese che vogliono far vedere che sono in circolazione da anni: "Pierpaolo, stessa estate dal 1994."

sabato 11 luglio 2015

Ei-si-di-si

 
 
Ad una certa età dovrei davvero limitarmi in certi atteggiamenti alla forever young.
Non da ultimo, l'ennesima assurda sfacchinata per salire su ad Imola per ascoltare gli immarcescibili AC/DC.
Avevo comprato il biglietto per questo concerto il primo (ed unico) giorno di prevendite online. Quando tipo in 15 minuti sono evaporati circa 90.000 biglietti.
Ma ne è valsa la pena.
E' valsa la pena fare 20 ore, tra andata e ritorno, in pullman, più 3 ore in macchina.
E' valsa la pena stare 11 ore sotto il sole cocente, accampato su un resistente, ma ormai vecchio ed abbandonato, asciugamano da battaglia.
E' valsa la pena pagare 2 euro per una bottiglietti di mezzo litro d'acqua, cibarmi di carote, una banana e mezzo panino al cotto e sottiletta (sciolta e resa filante dal caldo torrido).
E' valsa la pena non riuscire a muovere le ginocchia per 8 ore, avere i piedi gonfi ed un odore, addosso, tipo muflone.
E' stata una di quelle esperienze di cui ti rendi conto dell'epicità solo quando è finita. Li per li non lo senti. Avverti solo la fatica, ti domandi "ma chi me lo sta facendo fare", quasi non vedi l'ora che finisca. Ma è tutto un bluff della mente che segnala a corpo qualcosa di sbagliato o, quantomeno, di incompleto.
Perchè poi, in quel momento che si spengono le luci tutt'attorno e si accendono quelle del palco e senti i decibel che iniziano a trapassarti carne ed ossa, il cervello da i segnali che servono.
L'adrenalina scorre di nuovo, le ginocchia tornano a muoversi, i piedi sembrano quelli della Fracci, ed inizi a saltare, urlare, spingere, ridere, commuoverti.
E fanculo tutto e tutti. Sei li, sei vivo, ti senti unico ed immortale. O, anzi, pensi che se morissi in quel momento, tutto sommato, la tua vita avrebbe avuto un senso.
E' così. E' stato così ed è quasi sempre così, almeno per me.
Il resto è inspiegabile per chi non c'era. Dalle foto sparse nella rete e dai video pubblicati, si avverte solo un 10% del tutto.
Certe cose o si vivono direttamente o sono dei surrogati, c'è poco da fare.
Si fanno delle scelte. Non possiamo fare ed avere tutto. Non posso girare mezza Italia (e forse mezza Europa) per seguire tutti i concerti che mi piacciono.
Ma posso sceglierne 3-4 all'anno. E cerco di sceglierli al meglio. Mi danno la carica, l'energia, la speranza.
Ho visto gente umana.
Emeriti sconosciuti socializzare, scambiarsi cibi e vivande. Darsi pacche sulle spalle, ridere, scherzare.
La musica unisce e fa dimenticare le differenze e le sofferenze.
Ed il pubblico della musica rock, continuo a pensarlo, ha una marcia in più. Più vivo, più sincero, più corretto.
Potrete vederlo pieno di tatuaggi e capelli lunghi. Anfibi, birra e sigarette (e canne). Ma sarà sempre onesto e mai pericoloso.
Certo, qualche difetto lo si riscontra sempre. Non tuti erano angeli. Non tutti amichevoli. Ma la stragrande maggioranza si. Ed un po' di speranza, in un pessimista come me, si riaccende sempre in queste occasioni.
Mi sono divertito. Me ne rendo conto ora più di quando ho vissuto il concerto.
Ora, a mente fredda a bocce ferme. La routine che ritorna con i suoi pensieri, le sue scadenze.
Ero vivo. Ora sono tornato a sopravvivere in attesa di risorgere, come sempre. 
 
Alcuni riferimenti sparsi, senza senso se non per me:
  • se dopo due birre vomiti l'anima, evita. evita, soprattutto, di vomitare vicino al mio asciugamano (che a malincuore ho dovuto abbandonare lì);
  • ho provato la mia prima esperienza nel PIT. Pensavo, a torto, che era un qualcosa di assurdo e spaventevole, una sorta di bolgia. Invece era tutto fichissimo, organizzato, ed alzare il polso per fare vedere il braccialetto del PIT, passando indisturbato tra le transenne della security, mi stampava in viso un sorriso di soddisfazione come poche volte;
  • a quanto pare, dopo una sniffata di cocaina, l'argomento principale diventano i cavalieri dello zodiaco (e visto che in mezzo alla discussione c'era anche un tipo, penso, inglese, i knigths zodiac) n.b.: alla discussione ho solo assistito, non partecipato;
  • ho visto dei tatuaggi incredibili: discutibili, bellissimi, bruttissimi, coraggiosi. il più assurdo di tutti recava i dati di un'osteria, con tanto di numero di telefono, indirizzo e giorno di chiusura (il martedì);
  • ho acquisito, almeno visivamente, le conoscenze necessarie per spostare una macchina quando questa ti intralcia la via;
  • ho appreso la tecnica per stappare le bottiglie di vetro con l'uso di una bottiglia di plastica (solo vedendolo potreste capire...).
    "Back in black, i hit the sack, i've been too long i'm glad to be back"

venerdì 26 giugno 2015

Rompere il cà


 Pare sia sport nazionale, prossimo al riconoscimento olimpionico, farmi da padre/madre/maestro zen.
Cosa carina se non fosse che IO non chiedo questo genere di assistenza.
Sono ben conscio che l'unico che può aiutarmi sono io e soltanto io.
Tutti gli altri, tranne rari e sporadici casi, possono solo alleviarmi qualche scelta di poco conto (tipo se scegliere una cravatta o un papillon da mettere sotto un vestito per un matrimonio).
Ciò nonostante, qualcuno continua ad arrogarsi tale diritto campando, tra le altre, presunti sentimenti di amicizia. Il classico "te lo dico perchè ti voglio bene", insomma.
Lungi da me pensare che il bene non sia poi reale, penso però che il suddetto bene porti poi un po' a cacare fuori dal vasetto (citazione del 1993).
E quindi venire sistematicamente criticato, spronato, rimproverato per miei eventuali comportamenti di asocialità o di freddezza o di distacco o di tristezza.
Il fatto è che, continuo a dirlo, le persone, io per primo, ci limitiamo spesso e volentieri a vedere la facciata delle cose e delle altre persone che ci circondano.
Non abbiamo quasi mai il tempo o la pazienza di vedere oltre. Ci fermiamo allo specchio d'acqua, senza sporgerci per vedere quanto poi sia profondo in realtà.
Nel mio caso quasi nessuno ha dimostrato questo "coraggio" nell'affacciarsi oltre il bordo.
E chi l'ha fatto ha ben agito nel ritrarsi subito.
E probabilmente hanno fatto bene. Non giudico, io.
Ma se vi siete tirati indietro, non avete domandato, non avete immaginato, non avete neanche per un momento pensato a come mai l'acqua così cheta poi nasconda un geyser, almeno cortesemente cessate il ruolo di grilli parlanti.
Non chiedo altro. Solo di non ricevere domande sciocche come: "ma come mai non ti diverti?". Io mi diverto eccome, ma nei miei ambienti, in compagnia di persone simili a me o, tante volte, anche nella mia solitudine che mi accompagna come un'ombra.
E se posso sembrare decadente, criptico, pessimista, morto di figa...beh, lo sono! Fatevene una ragione e non ergetevi a paladini della coscienza o del più bianco non si può.
O vi affacciate alla pozzanghera e provate a capire quanto è profonda, e allora sono disposto a ragionare, a raccontare, a spiegare, ad esprimere il mio essere; oppure cambiate pozzanghera, anzi, cambiate proprio strada. Andate su quella bella asflatata. Arriverete più volecemente dove io, nella mia testa, vi ho già mandato.


lunedì 22 giugno 2015

Esserci o non esserci, questo è.



Esserci per le persone che ami e a cui vuoi bene.
Esserci per fare da spalla su cui piangere.
Esserci per dare i consigli da grillo parlante.
Esserci per ascoltare.
Esserci per fare sfogare.
Esserci per prendere schiaffi e male parole.
Esserci per accompagnare.
Esserci per abbracciare.

E nonostante questo, il mio esserci per tanti (forse troppi), quando tocca a me chiedere, domandare, sperare in un aiuto, nessuno si presenta.
Anzi, quando tento di esserci (troppo) certa gente fraintende. E pensa che io sia un presenzialista, o peggio, un egoista che vuole solo affermare il proprio io accentrando su di se l'attenzione.

Certo, io ho il difetto di non chiedere. Ma non credo che non mi si legga in faccia, negli occhi, o nel tremore della voce quando parlo, che avrei bisogno che qualcuno mi chieda davvero "come stai".

Ma no, nessuno ha questo coraggio a quanto pare.
Devo continuare a contare solo su me stesso.
Devo continuare ad esserci per gli altri.
Devo continuare ad esserci per me stesso.





venerdì 19 giugno 2015

Lacrime di...

 
Ispirato da un post su facebook di una mia amica:

Nella carriera "videocinetelevisiva" di tutti noi, è molto probabile esistano delle intere pellicole, o anche delle singole brevi scene, dove iniziamo a piangere che le cascate del Niagara ci fanno un baffo.
Nel post di cui in premessa si parlava di E.T.
Bellissimo film, non vi è dubbio, per il quale io però non sono mai andato ai pazzi e per il quale non ho mai pianto.
Ma questo non mi rende certo un tronco di pioppo. Ho ben altre debolezze, o sarebbe meglio dire, morbidezze.
Sono tante e molteplici le occasioni in cui, nonostante vani e ridicoli tentativi di trattenere le lacrime, sono finito per grondare acqua manco avessi fatto un'ora di allenamento con Jill Cooper.
Uno su tutti, per incontrollabilità dell'evento, fu la visione di Philadelphia. Ricordo ancora il triste epilogo del film, ed il più ancor mio triste singhiozzare in mezzo a circa 50 persone all'interno di un bus di linea nella tratta Policoro(paesotto)-Roma.
Non riuscii proprio a controllarmi. Non avevo fazzolettini, penso di aver imbrattato metà maglietta (credo fosse periodo estivo) e avevo gli occhi rossi che manco in Jamaica.
Ma tantissime e disparate sono state (e sono ancora) le occasioni dove sento gli occhi inumidirsi.
Alcuni esempi?

La morte di Rei di Nanto di Ken il guerriero.
"Noi siamo Groot" ne i Guardiani della galassia
Il finale dei Goonies, quando la Infierno, il vascello di Villy l'Orbo, naviga in lontananza.
Il finale di Point Break, con Body che surfa la sua ultima colossale onda.
L'ultima tragica puntata di Zambot 3.

E sono solo davvero pochi dell'elenco che ora, immancabilmente, manca di tantissimi altri titoli che non mi sovvengono ma che, allo scattare della scena, della sigla, dell'istante che precede il tutto, fa preparare gli occhi ad un triste ed immancabile sfregamento.

 

lunedì 1 giugno 2015

La felicità

Non mia, si intende.
Per quanto da qualche tempo soffra di una pseudo serenità, data più che altro da una serie di elementi che si incastrano quasi alla perfezione. Primo tra tutti il lavoro, che assorbe almeno 10 delle 24 ore gionaliere. Se poi togliamo le 8 ore di sonno, le restanti 6 le impiego, in genere, nel leggere, giocare, ascoltare musica.
Per cui, fin quando avrò occhi ed orecchie funzionanti e cervello non fuso, dovrei essere apposto.
Di felicità, appunto.
Le cose che ci rendono felici sono varie e cambiano da persona a persona. Anche le persone che ci rendono felici sono varie e variano da gusti a gusti.
Sulle persone non mi soffermerò, troppo complesso il mio pensiero che, forse, rimanderò ad un futuro imprecisato post.
E' sulle "cose". Dove cose è accezione larga di oggetti e situazioni; elementi materiali ed immateriali.
Ho notato che le cose che, appunto, mi rendono felice sono poche. E sono pure particolari.
E questo, tanto per cambiare, non solo mi rende notoriamente poco felice, ma rende poco felici anche le persone che mi circondano.
In sostanza il detto "sono felice che tu sia felice" ha un bel po' di limitazioni.
Faccio un esempio banale, basandomi sull'assunto, che tutto sommato condivido, che la felicità è ancora più felice (gioco di parole squallido) se condivisa.
Io sono un nerd, lo diamo per assodato.
Quindi, diciamo che voglia invitare una persona che mi piace ad una fiera/convention di fumetti.
Per me hype di felicità. Per la persona in questione, nel 90% dei casi, assolutamente no.
Troverà motivazioni più o meno credibili e condivisibili.
Poi, magari, nel giro di qualche mese la vedrete andare in barca a vela con capitan findus. E ti domanderai: perchè la starcon no e findus si?
Amante dei bastoncini? (e si sprecano i doppi sensi...)
O più seriamente e semplicemente una noia per la mia felicità?
Forse più la seconda.
Perchè, io ho in me chiaro, sono così particolare nei miei gusti che è difficile rapportarsi nel quotidiano con me.
Potrei individuare 3 tipologie di persone. Anzi, diciamo che il post ora si trasforma in un inevitabile sfottò/critica verso il mondo femminile (tanto per cambiare...).
  1. la normale, quella insomma nella c.d. media. intelligente, simpatica, aperta tutto sommato a cose nuove ma non nuovissime. Quella che magari il tentativo di farmi contento lo farebbe anche, salvo poi però sfottermi ad ogni buona occasione e, al caso, ritorcere contro la cosa (io ti ho accompagnato lì a vedere i fumetti ora tu mi porti a vedere gigi d'alessio). alla peggio potrebbe trovare attraente il "bambino" interno e mai domo per qualche settimana, magari mese. Quella che con le amiche farà vedere le tue foto con la maglia di lanterna verde per fare sembrare di essere una "contro". Poi subentrerà inevitabilmente la razionalità e la voglia di stare con un uomo e non con Simone Power Ranger;
  2. la nerd, quella che è simile in tutto e per tutto a me. Che sa cogliere le battute ed i riferimenti più assurdi e, di contro, te ne sforna altrattanti. Sarebbe la compagna ideale, ma ha un difetto di razionalità di base che le fa sognare un ragazzo come te ma che la fa poi direzionare verso un tipo più sul classico. Perchè ad essere due folli in una coppia è un attimo stressante.
  3. la nerd totale, ovvero quella che è come sopra, ma senza divergenze sul razionale. Ideale...ma spaventevole al contempo. Perchè è peggio di me, in tutto, anche in quei rari barlumi di intimità e serietà. Quella a cui se proponi un week end romantico o le porti un fiore ti risponde con una kamehameha (od onda energetica per i non puristi).
Insomma. In soldoni io ho un po' di problemi, uno su tutti quello che non voglio del tutto crescere.
Quello che non mi fa essere al 100% adulto, uomo che deve puzzare.
E le donne, e le persone in accezione più ampia, possono trovare simpatico e carino un attimo di estro, ma a 38 anni magari vogliono vedere anche un attimo di posatezza e serietà.
Alla fin fine non è colpa vostra, è colpa mia.
Vado a consolarmi con Gears of war.