lunedì 30 novembre 2015

Metamorfosi di un'onda anomala che poi diventa una pozzanghera



Ecco.
Tra i post lasciati in bozza ci stava proprio questo, con questo titolo.
Contrariamente a tutti gli altri post in bozza, che poi si sono trasformati in post veri, questo è rimasto lì.
Un titolo particolare, ma nulla di scritto a parte questo.
La bozza è data 09/04/2010. Quindi più di cinque anni fa.
E non ne avevo, fino a pochi minuti fa, assolutamente memoria.
Il titolo, di per se, basterebbe quasi a riempirlo un post. Ma chissà che cosa volevo scrivere all'epoca. Chissà a quale pensiero era associato. Chissà, in soldoni, che cosa volevo scrivere.
Provando a fare un gioco, oggi, cosa scriverei con questo titolo?
Di certo un post personale, su uno stato d'animo mio.
L'onda anomala che poi diventa pozzanghera. E' un titolo tutto mio.
La cosa particolare è che, seppur siano passati cinque anni, non mi sembra di essere poi tanto cambiato.
Chissà cosa mi era accaduto.
Forse l'ennesima delusione sentimentale?
Questa onda anomala che tutto avrebbe dovuto travolgere che cosa poteva essere? Oppure chi?
E la pozzanghera?
Iperbole di qualcosa che poteva essere ma che poi non è stata.
Una dopata colossale quindi.
Molto nelle aspettative, poco o nulla nella sostanza.
Sì. Tipico mio. Sia il vivere situazioni con queste premesse ed identiche conclusioni.
Ma anche tipico mio, sembrare di essere chissà cosa e poi, umanamente, fallire come se non peggio di tanti.
La caduta è più dolorosa se fatta da un gradino posto più in alto.
Cinque anni e non sentirli.
Cinque anni e sono tornato, a quanto pare, alle stesse identiche conclusioni.
Continuo a non ricordare nulla, ma penso di non essere molto distante da quello che volevo scrivere all'epoca.
Un lustro di nulla?
Dai, non voglio essere così totalmente pessimista: strano a dirsi.
In qualche modo, alla fine, l'onda si è mossa.
Qualche cavallone l'ho pure generato.
Che poi, anche l'onda più potente, lentamente si può ritrarre e lasciare, appunto, una pozzanghera.

venerdì 27 novembre 2015

Io e ZC



ZC, meglio noto come Zerocalcare, meglio noto come...il vero nome non me lo ricordo, non penso che sia importante.
ZC è un fumettista. E' italiano ed è bravo.
Il fatto di essere cresciuto, tra gli altri, a pane e comics americani o manga giapponesi, mi ha fatto sempre storcere il naso nei confronti del nostrano panorama fumettistico.
Non sono mai stato un particolare estimatore dei Bonelli, ho retto, in passato, qualche numero di Nathan Never, del tanto blasonato Dyland Dog ho digerito forse 5 numeri in 25 anni di onorata carriera di lettore di fumetti, recentemente ho sopportato per 6/7 numeri tale Dragonero.
Anche i vari Diabolik, Lupo Alberto, perfino Corto Maltese non mi hanno mai preso più di qualche numero.
Sarà che anche nel fumetto ho gusti un po' sparaflashati, e snob, ma ho sempre preferito leggere storie di tipi in calzamaglia con colori sgargianti o emo dark/bassisti carismatici con complessi di onnipotenza o con carenze varie d'affetto.
Ecco. Un barlume, neanche tanto piccolo, anzichenò direi accecante, lo riscontrai nel Rat Man di Leo Ortolani.
E' stato forse il primo autore italiano a colpirmi. Con la sua ironia ed i suoi continui riferimenti al mondo nerd/geek.
Insomma. Un nerd/geek che scrive cose per altri nerd/geek.
L'evoluzione di Ortolani, per conto mio, ha portato poi a Zerocalcare.
Ecco. Io quando leggo Zerocalcare è come se leggessi me.
Non so, non mi è quasi mai accaduto leggere ed immergermi così tanto in un fumetto. In una storia, in un personaggio.
Trovarci non solo tanti riferimenti, ma anche tante certezze, tante verità.
E' come, d'improvviso, sentirsi meno soli, meno unici, meno abbandonati.
Non voglio scrivere un pippone psicopedagogico al riguardo. Zerocalcare, credo, va semplicemente letto.
Potrà piacere, credo, al pubblico un po' meno "vip". A quelli che a scuola erano un attimo meno protagonisti, quelli magari un po' presi in giro per il naso troppo lungo o perchè leggevano, appunto, fumetti.
Agli altri, probabilmente, potrà sembrare una cazzata.
Per quegli altri, le cazzate eravamo già noi.
Ma va bene così. Anche nei fumetti di Zerocalcare non ci sta rancore, non ci sta rivincita.
Ci sta il risultato di come certe cose segnano la vita di tutti noi. Dalle più piccole alle più grandi. Dal non aver avuto un giocattolo o il proprio primo bacio non ricevuto se non a 18 anni.


lunedì 23 novembre 2015

Pijamose...la





Premessa 1: non ho nulla contro Roma ed i suoi abitanti, tutt'altro.
Premessa 2: non sono un bacchettone perbenista.

Premesse d'obbligo al post che segue.
Ebbene, qualcuno avrà già intuito, leggendomi, che non sono un tipo molto profondo per ciò che riguarda la filmica televisiva.
In sostanza: film troppo psicologici, pieni all'osso di scene e di riferimenti sessuali, di esagerazioni della vita "normale", non sono il mio forte.
Fatto sta che il 99% della produzione filmica (e telefilmica) italiana verte sui cavalli di battaglia anzi espressi.
A memoria rammento giusto un paio di film italiani degni di nota e che guardo, riguardo e consiglio un po' a tutti. Un esempio è Ovosodo.
Di contro, però, abbiamo in giro una selva di "opere" che definire di dubbio gusto è un complimento.
Una tra tutte, che proprio mal digerisco quasi al pari delle innumerevoli varie di Gabriel Garko, è Romanzo Criminale.
Ecco, imboccato benevolmente dal fatto che tale serie televisiva (tratta da un libro e di cui esiste anche un film) aveva come protagonisti un gruppo di cattivi, una banda, una "batteria", mi ci sono avvicinato.
Mi ci sono avvicinato anche per affetto. Ma questa è una cosa che la potrebbe capire forse solo una persona, e passo avanti.
Tornado a R.C., che dire?
Io non capisco tutto questo grande fermento per la serie. Non capisco come le persone possano avere eletto a loro mito Er Freddo, Er Libanese, Er Dandy e tutti sti personaggi assurdi.
Forse realmente esistiti, visto che si parla di riferimenti della Banda della Magliana, ma...per carità, tutto ha un limite.
Ho notato che la serie ha un notevole seguito anche nel mondo femminile.
Non ci vado morbido. Secondo me le donne lo vedono come noi uomini vedevamo Bay Watch. Mica per la trama! Per la Anderson e per tutte quelle tornite bagnine.
Libano, Dandy, Puma e company, sono visti, principalmente, per il loro bel viso, per i bicipiti, per l'idea di mascolinità dura e da macho che impersonano.
Perchè, diamine, anche le donne hanno ormoni ed è pure giusto che li facciano girare a loro piacere.
Però camuffare questo per "passione" per una serie di così basso livello è un altro paio di maniche.
Insomma. In due episodi che ho visto, tolta la sequela di parolacce che per me, formato alla scuola dei "Pierino" mi fanno un baffo, le immancabili scene di sesso (alcune notevolmente spinte e, per i miei gusti, volgari), e qualche straccio di parola in italiano (e non in romanesco, peraltro comunque comprensibile), tra una sparatoria, una scena di biliardo ed un scopata, io non c'ho trovato nulla.
"Pijamose Roma" è il lietmotiv della serie, che viene detto ogni 3x2, e che mi fa pensare che l'unica cosa da pijare è il telecomando per cambiare canale.
Io non sono un cineasta. Non sono neanche un cinefilo. Sono uno come tanti che passa del tempo davanti la TV. In sostanza sarei l'ultimo che dovrebbe parlare.
Sono uno a cui piacciono i film di Van Damme, per dirla tutta. E quelli lì, giuro, per quanto io sia conscio che sono delle fetecchie assurde e parossistiche sono comunque meglio del 90% della produzione filmica italiana.
Il cinema italiano, gli attori italiani, i registi italiani, il nostro concetto di fare intrattenimento è totalmente sbagliato, anacronistico, ripetitivo e stancante.
Non esiste un film o una serie che, negli ultimi 25 anni (l'ultima credo sia stata Fantaghirò), abbia dato un senso di novità. Tutte fotocopie identiche l'una dell'altra. Cambiano, neanche sempre, gli attori (alcuni ormai moriranno con i loro personaggi, tipo Don Matteo) ma per il resto sono identiche.
R.C. ha avuto solo la vaga idea di spostare l'attenzione sui cattivi, per l'appunto. Non in maniera dissimile come fatto con Garko nella serie dove lui fa il malavitoso, ed è tutto dire.


P.S. Sì, lo so che in fondo in fondo sono io quello strano. Quello coi gusti a volte indecifrabili e che pare non si accontenti mai di nulla. Forse dovrei vedere qualcosa di buono anche nella nostrana produzione filmica. E ammetto che il 50% di astio e sarcasmo in questo post è diretto altrove e che R.C. è solo una bambola voodoo a cui puntare qualche spillone.





venerdì 20 novembre 2015

22



Più o meno ogni giorno aggiorno il mio calendario da scrivania.
Ieri sera, passata la mezzanotte, prima di mettermi a letto ho fatto "click".
Scatta, ovviamente, il 20-11.
Preso da fisime personali, beghe lavorative, affetti inappetenti, avevo quasi dimenticato l'arrivo di questo giorno.
Oggi, 22 anni fa, moriva mio padre.
Con questo pensiero mi sono messo quindi a letto.
Nonostante la TV accesa e la serpeggiante stanchezza, non sono riuscito a prendere sonno.
Automaticamente ho pensato a cosa accadde 22 anni fa.
Un fiume di sensazioni e di ricordi.
Ricordo ancora come la mattina del giorno del funerale, feci giusto due telefonate a quel paio di amici dell'epoca (che a loro volta, come accadde, avvisarono tanti altri amici).
Ricordo il funerale, era una giornata grigia, uggiosa.
Ricordo il saluto a mio padre, lì nella bara.
Ricordo anche che piansi, che sbattei un paio di porte.
Ero un ragazzetto di 17 anni. Molto scenico, tutto sommato.
Mio padre mi manca.
Ha le sue colpe. Già lo scrissi proprio su questo blog anni fa. Non mi ripeterò al riguardo (alla Paganini).
Al pensiero non certo festoso della ricorrenza, si è unita un'altra prepotente constatazione.
Sono passati appunto 22 anni. Ed io cosa sono diventato?
Una delle cose che più mi ha colpito (e che comunque mi sta colpendo di frequente, come un lavoro di cazzotti ai fianchi che manco Tyson), è che non sono diventato nulla di quello che speravo.
Cioè, senza giri di parole: a 40 anni (ok 39) mi vedevo quantomeno sposato e con un paio di figli.
Invece sto qui' a scrivere minchiate su un blog, a fare il "ragazzo dei concerti", il nerd da convention e mostre fumettistiche ed  ad interpretare un decadente pensatore rurale.
Cosa non va in me?
Cosa non ha funzionato da 22 anni a questa parte?
Sinceramente, vedo gente felicemente accoppiata che, diciamocelo, qualche dubbio sulle altrui capacità visive ed olfattive lo insinua.
Sono davvero così pessimo?
Sono davvero così brutto? Antipatico? Pignolo? Rancoroso?
Forse non so fare bene l'amore. Cacchio! E' importante anche quello! Non penso proprio di essere un pornoattore (nè come prestanza, nè come durata, nè come idee e fantasie particolari).
So di non avere un bel carattere. Ma, cazzo, ci sono persone veramente formate dal 90% di sterco (non parlo solo di estetismo, ma anche di valori e modi di fare interni) che hanno famiglia!
Non mi spiego. Non posso prendermi sempre e solo io la colpa di tutto. Qualche colpa ce l'ha pure altra gente.
Tutte le mie (poche) ex di cui ho notizia, ora sono belle e che felici. Una, pochi giorni orsono, spulciando tra i contatti di wazzpp, come foto profilo aveva lei in abito da sposa.
Pare che io sia quello che passa e lascia qualcosa. Si, certo! Lascia la voglia di trovare una persona totalmente differente.
E' come se fossi una specie di punto di confronto. Quello che "mai più". La brutta copia di quello che poi viene.
Sono il punto di rottura.
Non nascondo che in me, queste autodefinizioni, creano un piccolo moto di orgoglio.
Ecco. Io sono orgoglioso. O, almeno, divento orgoglioso per ste cazzate. Mi crogiolo in queste cavolate da ragazzino brufoloso.
Sono rimasto ad un punto fermo della mia vita. Quello che quando andavo a mare, mi piazzavo in acqua ed aspettavo i cavalloni. Mi mettevo lì con un ginocchio a proteggermi ed aspettavo l'impatto.
Venivo, ovviamente, spezzato e capovolto il più delle volte. Ma mi sentivo forte, come  Come quello che aveva spezzato l'onda, anche per un istante.
Vivo di fratture ipotetiche di onde. Onde che invece infrangono me.
Dovrei uscire dal mare. O se ci devo stare, nuotarci come fanno quasi tutti i comuni mortali.
Avrei voluto avere dei figli.
Una femminuccia per iniziare. Forse l'avrei voluta chiamare Azzurra.
Un maschietto anche. Chissà se sarebbe uscito spiccicato a me, come io sono uscito spiccicato a mio padre.
Penso sarei stato un buon padre.
Anche un buon marito, o compagno (non reputo fondamentale il matrimonio).
E invece nulla.




mercoledì 18 novembre 2015

Addio


"Modo di salutare separandosi, bene augurando a chi resta o a chi parte, quasi intendendo ‘ti raccomando a Dio’"


Chi di noi non lo ha detto almeno una volta.
Io, da par mio, lo ho detto varie volte.
Tante volte me lo sono sentito dire, ovviamente.
Ci vuol coraggio nel farlo. Nel dirlo, nel sentirlo, nello scrivere ma, soprattutto, nel mantenerlo.
Perchè, per quanto si possa essere affranti, offesi, deboli o viceversa arrabbiati, un grammo di quello che si vorrebbe salutare per sempre resta sempre.
Possiamo dire addio alle persone, al tartaro ed alle diete. Ma dire addio ai pensieri di quelle persone (o tartaro o diete) risulta sempre difficile e spesso poco attuabile.
La variante "al diavolo", magari nasconde un maggiore astio, una poco velata maledizione, ma in soldoni non cambia.
Ci si sente, lì per lì, forti. Quasi liberi di aver dato sfogo al proprio senso di frustrazione.
Chi dice addio non lo fa facilmente.
Non è uno starnuto.
Ma dopo quella mezza giornata di forza e di convinzione, l'assenza torna prepotente.
E lì, in questi casi, bisogna essere doppiamente forti (o doppiamente sciocchi...).
Forti o sciocchi.
E' un dubbio.
Forti nel mantenere saldo l'addio.
Sciocchi nel non dare magari speranza che l'addio non sia definitivo.
Alla fine è una parola.
Se ne dicono tante.

domenica 15 novembre 2015

Marginalità

 
 
Nell'idea primigena, questo post doveva parlare del concerto dei Foo Fighters.
Ora è un po' più difficile farlo.
Perchè, nel mentre che io mi divertivo e scatenavo a suon di musica e spintoni, in Francia accadeva qualcosa che definire cruento è poco.
All'uscita dal concerto dei FF, ancora con le orecchie fischianti, ho captato qualche chiacchiera lì nel parcheggio.
Parole come "sparatoria", "attentato", "concerto".
Ero troppo al contempo stanco e troppo euforico per approfondire.
Poco prima di crollare sfinito sul sedile del pullman che mi avrebbe portato a casa, ho cercato di vedere qualcosa su internet dal cellulare, ma con scarsa fortuna (il sito dell'ANSA parlava ancora delle solite inutili beghe di politica interna).
Da una decina di giorni mi sono cancellato da facebook. Santa cosa, per il momento. Per cui non ho potuto avere quel messaggio immediato dalla rete che, forse, è l'unica cosa che potrebbe essere utile nei social.
Il tutto quindi l'ho rimandato solo alla mattinata di ieri. E lì ho appreso quello che era successo.
Non ho molto da riferire poi in merito. Da 48 ore ormai è un continuo di trasmissioni, telegiornali, radiogiornali che parlano a nastro della strage di Parigi.
E' stato già detto e scritto molto, più di quanto potrei ora fare io. La mia marginalità, anche in questa situazione, è evidente.
Ecco. Non avevo scelto ancora il titolo di questo post.
Marginalità.
Riassume perfettamente il mio stato attuale, pure quello passato se per questo.
Non essere mai di "peso". Non essere mai il grammo che fa pendere di più da una parte l'ago della bilancia.
Me lo dimostra la vita. Me lo dimostrano gli affetti. Me lo dimostra il lavoro.
In queste stragi si avverte un senso di piccolezza ed impotenza, che in me è simile a quella che provo quando mi rendo conto di non essere mai decisivo per nessuno.
Sto lì a guardare, come davanti ad uno speciale di Vespa.
Morbosamente quasi; a bocca aperta.
Provo rabbia e rancore.
Per tante cose. Per un paio di persone. Anche verso me stesso.
C'è una tale confusione dentro di me che mi blocca.
Avete presente come quando qualcosa è così veloce da sembrare immobile? Ecco. Sono circa in quello stato.
Quasi bloccato da queste vibrazioni negative.
Passerò questa ennesima domenica come una sorta di eremita.
Non risponderò, probabilmente, ad eventuali telefonate.
Forse scambierò 4 parole su wazzapp (altro strumento che, prima o poi, credo bandirò dalla mia vita per incapacità nel suo uso e nella sua comprensione).
Non parlerò, sicuramente, con chi vorrei parlare.
Probabilmente passerò una giornata a leggere, o davanti la x-box.
Zero socialità.
Strano per uno che è stato schiacchiato come una sardina, manco due giorni fa, per due ore abbontanti in mezzo a 15.000 persone urlanti e festanti.
Ma è così.
Affronterò un altro giorno da "solo".
Come spettatore della mia vita. Come spettatore delle vite altrui. Anche di quelle che, ahimè, non ci sono più.
Marginalmente.

lunedì 9 novembre 2015

Ai blocchi di partenza



Ieri sera, durate una cena/riunione di famiglia, è saltato fuori l'inesorabile argomento legato ai rapporti di coppia.
Io, che in questi periodi proprio non vorrei sentire parlare di cose del genere, mi sono comunque ritrovato, mio malgrado, a dover ascoltare le varie tesi, esclamazioni, convinzioni, alcune le definirei anche farneticazioni.
Tra le varie, e mi duole sentirlo provenire da parenti a me molto stretti, nell'anno del Signore 2015 pare che ancora sia radicata la convinzione che la scuola che frequenti è sintomo della tua personalità.
In soldoni: se studi ad un liceo professionale sei uno col cervello fino ed i bicipiti grossi. Se studi ad un liceo sei invece uno intelligente. Degli istituti tecnici (di cui io faccio bella rappresentanza) non è invece dato sapere.
Per cui, calando nel discorso l'affermazione (farneticazione) di cui sopra, si è giunti alla conclusione che "una ragazza (minorenne/adolescente) che si fidanza con uno ragazzo suo pari che studia al professionale, è una ragazza attratta "dai bicipiti e dalla rudezza". Ragazza che poi, con statistiche tutte da definire, all'età di 30 anni "scoppia" e cerca, l'uomo col cervello (presumibilmente quello uscito appunto dal liceo...).
Considerazione collegata, ed opposta nelle parti, è quella del ragazzo proveniente dal liceo che, per educazione, finezza, intelligenza, all'inizio, ai "blocchi di partenza" in una ipotetica relazione con la ragazza di cui sopra (sorta di avatar/totem che pare faccia pensare che tutte le ragazzette di una certa età siano decisamente frivole), parta decisamente svantaggiato. 
Che, appunto, fino ai 30 anni (età dello scoppio della famosa ragazza), sia destinato a cocenti delusioni, ad essere friendzonato una volta si e l'altra pure, ed ad andare avanti solo grazie alla comune amica "Federica". Poi, a 30 anni ed 1 giorno, il liceale represso emana zaffate di ormoni dal Q.I. rafforzato, e le ragazze deve spazzarle via da davanti casa per poter uscire od entrare.
Queste, in sostanza, le conclusioni.
Le mie, anche se fugacemente interpellato (ed altrettanto fugacemente ignorato), ovviamente non sono neanche minimamente avvicinabili.
Appunto...è da trogloditi pensare ancora che ci si debba prendere e piacere e stare solo se compatibili a livello culturale/scolastico. Certo, capisco che alla fine forme mentis, interessi e competenze comuni pesino non poco in un rapporto. Ma pensare, ancora oggi, che una mia figlia non possa frequentare e magari trovarsi bene con un ragazzo che ha scelto un corso di studi più pratico e meno filosofico, è arretrato ed offensivo.
Altra considerazione sul partire lento dai blocchi. In questo, per carità, qualcosa di vero soggiace. Ma la timidezza di una persona non deve essere confusa o attribuita al suo corso di studi. Tutti conosciamo persone timide o, viceversa, estroverse ed intraprendenti. E non penso che sia possibile stilare una statistica che fa dire che gli estroversi sono per lo più idraulici mentre gli introversi sono matematici.
Io, e qui, giungo infine, ho una istruzione nella media. Ho preso una laurea, non mi sento un genio e non sono migliore di tanti altri. Non ho mai badato a quello che so, che ho imparato. A come parlo o a come scrivo. Eppure, sempre nonostante tutti i libri letti, tutti gli argomenti affrontati (per lo più nella mia testa), tutte le nozioni apprese...davanti ad una ragazza che mi piace, non so spiccicare parola senza sentirmi impacciato, goffo, noioso.
E tutto questo, non penso, deriva dal mio sapere. Non credo che se sapessi fare un impianto elettrico saprei intrattenere meglio una ragazza. E non credo che, a parti inverse. una ragazza potrebbe trovare meno noioso stare con un laureato piuttosto che no.
Insomma. Considerazioni che per me sono proprio fuori dal mio modo di ragionare.
Eppure, se ci penso, molte persone, ancora tante, vedono le cose in questo modo schematico, freddo, giurassico.
I dinosauri, alla fin fine, non si sono estinti.

venerdì 6 novembre 2015

martedì 3 novembre 2015

Musicoterapia (ovvero shopping terapeutico)



Quando si dice che la musica fa bene, si dice bene.
Certo c'è musica e musica. I gusti sono vari, alcuni magari discutibili. Ma se a qualcuno reca gioia ascoltare D'Alessio, contenti loro ecco...
Io ho i miei gusti che chi mi conosce un attimo sa verso quali generi puntano.
Anche questo 2015 mi ha riservato un buon carnet di eventi musicali a cui ho potuto partecipare.
Fino ad oggi, salvo involontarie omissioni, le mie orecchie ed il mio animo sono stati deliziati e rigenerati da:
- Verdena
- Paolo Benvegnù
- AC/DC
- Litfiba
In programma, al momento, ho:
- Il teatro degli orrori
- Foo Fighters
- Chris Cornel (questo ad aprile 2016)
Il biglietto per il buon Chris lo ho appena acquistato.
Sì, perchè al pari di alcune donne (che magari si buttano su scarpe e abbigliamento vario), cerco di scacciare i momenti tristi facendo shopping terapeutico.
La mia terapia è la musica.
E' andare per concerti. Se potessi (sia economicamente che logisticamente, ovvero senza fare centinaia di km per spostamenti vari ed annessi pernottamenti o viaggi della speranza su pullman di fantoziana memoria), penso dilapiderei il 90% dei miei risparmi in concerti.
Non devo rendere conto a nessuno di questo. Solo a me stesso ed alla mia anima.