sabato 13 agosto 2016

Down, down, down...



Da qualche ora sono in ferie.
Penso siano abbastanza meritate.
Peccato che ho come l'impressione che non me le godrò.
E' la solita questione. La solitudine.
Certo, sto cercando di uscire, di vedere persone, di occupare ogni minimo istante della giornata, ma non è che serva poi tanto.
Non appena resto un attimo solo con me stesso, i rimpianti si appollaiano sulle spalle e me le incurvano.
Non adrò da nessuna parte.
Non ne ho voglia. Non voglio andare via da solo.
E l'unico invito ricevuto è stato un effimero pensiero.
Un estate fa scrissi più o meno la stessa cosa, poi arrivò S a salvarmi per qualche mese.
Ora S non c'è più, e non penso che apparirà o apparirà un'altra qualsiasi lettera alfabetica a salvarmi.
Che poi, come su un cornicione del decimo piano, li per li afferro la mano, sembro quasi farmi tirare dentro, al salvo, ma poi mollo la presa, o faccio forza contraria.
E giù...


domenica 24 luglio 2016

Luglio col bene che ti voglio

Insomma, entrato anche io nel periodo estivo ho tralasciato un po' dallo scrivere qui sul blog.
Non sono in ferie e non lo sarò fino a metà agosto.
Però questo mese di luglio, fino ad oggi, è stato decisamente intenso.
Intenso, ovviamente, dal punto di vista lavorativo con le scadenze principe del mio lavoro.
Tanto stress, tanta tensione unite all'incertezza che mi accompagna sempre di non saper fare le cose e di non riuscire a rispettare i tempi.
Se sulla prima incertezza continuo a mantenere i miei dubbi, sulla seconda pare, al momento, che stia riuscendo ad incastrare il tutto.
Con fatica, per carità, lavorando almeno un paio d'ore in più in media al giorno (e non è che prima mi girassi i pollici eh...), ma ci sono dentro.
Lo starci dentro con le scadenze è stato fondamentale anche per incastrare qualcosa di vita sociale e personale. Che non vivo solo per il lavoro.
E quindi sono riuscito a ritagliarmi il tempo per un fine settimana romano impiegato totalmente alla mia passione per la musica.
E quindi ho iniziato con un memorabile concerto di Neil Young, tenutosi nella mistica corinice delle Terme di Caracalla, ed ho concluso con un altro strepitoso concerto di Bruce Springsteen.






Il tutto in compagnia del mio fedele amico concertaro L oltre che di un gruppo di altre persone, amiche principalmente di L, che si sono unite a noi ed hanno fatto si che quei scarso due giorni diventassero un'occasione non solo per vivere della gran bella musica, ma anche per  allacciare dei bei rapporti interpersonali.
L'emozione per i concerti continua a guidarmi e a darmi quelle energie e quegli scopi per tirare dritto a testa bassa nella vita di tutti i giorni.
Ormai ho inteso che sull'amore ho poche speranze.
Posso contare, se sarò bravo, a qualche bella amicizia.
Probabilmente, fin quando potrò fisicamente, la musica credo rimarrà la sola passione per la quale sacrificarmi.
In quest'ottica, proprio un paio di giorni fa, sono stato anche a Napoli.
Sempre con L, sempre per concerti. Questa volta è toccato a Robert Plant.

Immarcescibile anche lui, entusiasmante nei pezzi che ci ha regalato dello storico repertorio degli Zeppelin.
Ma, non di poco conto, mi ha colpito la città.
Come ho confessato anche su fb, pensavo di ritrovarmi in un luogo non accogliente, sporco e pieno di furbacchioni.
Invece, per quanto visto e vissuto, è stato l'esatto contrario.
Pulizia, simpatia e cortesia.
Alla faccia di tutti i luoghi comuni, dei tg e dei politici razzisti.
Sempre meglio vedere con i propri occhi, quando possibile.


giovedì 30 giugno 2016

Ciao Bud


E anche tu, caro Bud Spencer, ci hai lasciato in questa valle di lacrime.
Si, è proprio così.
Come per tanti della mia generazione, e anche della generazione successiva alla mia, sei stato un vero e proprio eroe.
Un eroe positivo, buono, coraggioso e disponibile con tutti.
Un eroe che a discapito della sua forza erculea, sapeva essere delicato e divertente.
Un eroe lontano da quelli che paiono andare oggi in voga.
Eroi arroganti, scurrili. Oppure oscuri e drammatici.
A memoria non ricordo uno dei tuoi film dove ci fossero scene di violenza gratuita o di turpiloquio.
Un modo di fare cinema ed intrattenimento che oggi pare lontano anni, si, ma anni luce.
La sera della tua scomparsa, mentre ero a letto, ho pianto lacrime sincere di dolore. E' stato davvero come perdere un caro amico. Ho pianto anche perchè, come sempre più spesso mi capita, mi sentivo solo.
Solo in questo dolore. Solo ed arrabbiato perchè ho immaginato un'altra persona a me cara che, probabilmente, era triste allo stesso modo per la tua scomparsa.
Ma l'orgoglio, la paura e certe autoconvinzioni, allontanano più dei viaggi interstellari della Enterprise.
Ricordo l'entusiasmo che provavo nel vedere i tuoi film. Le enormi risate durante le immancabili scene di scazzottate.
Ti ho sempre apprezzato al tuo compagni cinematografico Terence. Lui era troppo sbruffone per i miei gusti.
Tu resti il ricordo indelebile di quelle tante ore passate a vedere i tuoi film.
Ciao "Mano sinistra del Diavolo".


mercoledì 22 giugno 2016

Pictures of you


Così...
Sono ritornato su fb.
Non so spinto da cosa. Forse da una oncia di coraggio che ogni tanto mi prende.
Anche, in piccola parte, dal fatto che quei pochi che mi conoscono di persona ad ogni 3x2 mi chiedesse "ma che fine hai fatto? dai rientra, mi manchi!".
Inevitabile rivedere un po' che la giostra non è cambiata.
Quella parte della giostra che mi distrae di più è vedere le foto dei profili dei miei contatti.
Non sono un guardone. Ma vedendole un po' qualcosa si conosce e si cerca di capire.
Senza doppi fini.
Fatto sta che poi, poco fa, vedendo alcune foto ho pensato...ma le mie foto, quelle davvero più intime e personali...?
Certo, non credo le pubblicherei su fb.
Ma, il problema, è che non le ho neanche realmente.
Insomma...invero, anche io ho scattato o sono stato scattato in qualche raro evento di gioia e di intimità.
Eppure quelle foto...boh...le ho cancellate.
Non per disaffezione. Non per disinteresse. 
Un paio, veramente, le ho conservate. Sono qui. in una cartellina del desktop.
Sono davvero due..forse tre.
Ricordi.
Fanno un po' sorridere ma anche far male. Per questo la stragrande maggioranza non le ho tenute. Sapevo che avrebbero portato più dolore che gioia.
Non le rivedo da mesi...una forse da un paio d'anni.
Ma mi dico anche che non serve farlo. Le ho ben presenti nella mente e nel cuore.
E se anche dovesse friggermi il portatile...pazienza. Li dove sono catalogate e raccolte non c'è virus o sbalzo di corrente che possano danneggiarle; purtroppo o per fortuna.


martedì 14 giugno 2016

Brillanti idee

Circa 14 anni fa ebbi la brillante idea di laurearmi...
Mi riposai circa una 15ina di giorni, poi qui a nel mio tristerrimo paese dopo 15 giorni a non fare nulla cominci a meditare il suicidio...
Per cui ebbi l'altra brillante idea di cercare da subito lavoro. Che a 25 già mi sentivo vecchio; non sia mai divertirsi un attimo, partire per un viaggio, cercare un poì di gnocca o cose simili: quasi quasi pensavo già alla pensione, quindi meglio muoversi.
Provai cercando qualche azienda esistente sul postso...e mi misi a ridere io per primo, che era più facile trovare l'arca perduta o qualche pokemon leggendario
Unica alternativa era quella propostami di fare il praticante per un commercialista...
Mi dissi: "vabbè, ci provo. alla meglio fa curriculum."
Il curriculum, ovviamente, non lo fece perchè le centinaia di cv spediti ai tempi per tutta Italia sortirono meno effetto delle creme che ti fanno dimagrire dormendo...
Iiniziai quindi questo mestiere così, per scherzo, per noia e per necessità.
Che il lavoro, diciamoci poche cazzate, non te lo puoi sempre scegliere.
Spesso ti sceglie lui e non per le tue doti.
Poi 6 anni fa quasi, altra brillantissima idea; decisi di mettermi in proprio con quel moto d'orgoglio tipo: "se devo giocare a questo gioco applico le mie regole!"
  Einvece anche quelle non le applico io, ma i clienti, l'agenzia delle entrate, l'inps, la camera di commercio, il governo e, prima di me, forse anche king, soldatino e dartagnan.
E' anche una questione di coraggio, per carità.
Il coraggio di dire no, voglio altro, o di dire si fa come dico io.
Io non ce l'ho avuto.
Per non aver avuto coraggio una singola volta ora devo aver coraggio tutti i sacrosanti giorni.
Non è una lamentela, è una constatazione.
Che coi se si combina poco.
Che...se fossi foco arderei.
...se avessi sei ruote sarei Optimus Prime!

mercoledì 8 giugno 2016

Zia Angela


Poche ora fa è morta mia zia.
Si chiamava Angela, era anziana ma non troppo.
Purtroppo da tanti anni, circa 13, era ricoverata in una clinica specializzata per gli ammalati di alzheimer.
Le ultime due settimane di vita, per lei, sono state difficili. Le ha trascorse in coma.
Poi, forse finalmente, stamattina ha avuto la sua liberazione.
Mia zia era una brava donna. Una donna vecchio stampo.
Una gran lavoratrice che ha fatto parte di quella generazione di italiani che per cercare e trovare fortuna o anche un lavoro dignitoso è dovuta migrare.
Ha vissuto e lavorato per anni in Svizzera.
Da piccolo e fin anche da primo adolescente, tante volte con i miei siamo andati in Svizzera a trovarla.
La Svizzera, per quanto ricordo, era un paese ed una naziona particolare. 
E mia zia, e con lei suo marito (venuto a mancare da ormai una 15ina d'anni) ci hanno vissuto.
Ricordo casa loro. Ricordo la moquette sul pavimento, la cioccolata, la tv che trasmetteva in varie lingue (italiano, francese, tedesco ed inglese), i Migros (antesiniani dei centri commerciali che solo dopo anni sono giunti qui da noi in Italia), le raclette, i wurstel.
Tutto vissuto a casa sua.
Poi, per lei e mio zio, finalmente la pensione. Il ritorno in Italia per godersi il frutto dei loro sacrifici; una casa ed un figlio.
Hanno avuto purtroppo poco tempo per godersi l'una e l'altro.
Le malattie li hanno colpiti troppo presto.
La beffa della vita.
Anni ed anni di gavetta in un paese straniero, attenti a rispettare le regole, il vicinato, il fisco...con rispetto e talvolta paura.
La paura che è insita, credo, in coloro che si trovano a vivere da emigrati. Nonostante tutte le integrazioni...non ci si sente mai del tutto come a casa propria, come nella propria nazione. Si ha timore di essere etichettati, allontanati, quasi scacciati e ricacciati indietro.
E poi nulla.
Ciao zia.

martedì 31 maggio 2016

V

V è fan sfegatato della Juve. Per quanto io non sopporti il calcio, questo è il minimo che possa fare dedicandogli questo post.

 Ieri il mio caro amico V ha compiuto 40 anni.
V assieme ad M sono stati i primi e pochi amici che, ancora ad oggi, ho qui a Tristolicoro.
V ha fatto le cose in grande.
Ha prenotato una sala tutta per noi, ha invitato circa una 50ina di persone, c'era l'animazione musicale, la moglie gli ha persino "regalato" la presenza di una ballerina brasiliana.
V è stato eccezionale. Passava per i tavoli a salutare, si è goduto la festa, ha fatto un discorso di saluto e di ringraziamento molto bello e toccante.
V è senza entrambi i genitori da diversi anni, ha una moglie ed ha adottato, anni fa, una splendida bambina che ha qualche problema di deambulazione.
Ma V è forte, V è un uomo e sta affrontando la cosa a testa alta e con tanta speranza. In vita mia ho visto V piangere e disperarsi solo una volta, e per una buona ragione.
Io ho solo da imparare da V.
Se campo e arriverò ad essere 1/3 di quello che è lui potrei riteneremi fortunato.
Lui è un ragazzo maturo, un uomo all'occorrenza, un marito, un padre, un collega rispettato, un amico sincero.
Io, se arriverò ai miei 40 anni, probabilmente non farò nulla di tutto ciò.
E non perchè non ne abbia magari il desiderio, ma perchè ho il sentore che nessuno o quasi parteciperebbe.
Tolti i miei parenti, V e qualche altro, non penso verrebbero in tanti.
Chi accamperà scuse di ritardi, di malanni improvvisi, di concomitanze di altri compleanni. Scuse, forse vere.
Ma avrebbero ed hanno ragione.
La colpa, come sempre, è mia.
Non condivido. Non parlo. Non mi faccio conoscere. Non ho nulla o quasi da raccontare. Chi verrebbe a festeggiare i miei 40 anni? I 40 anni di una mummia...
Al tavolo, ieri sera, benchè fossi seduto con degli altri conoscenti con cui, invero, mi trovo bene a stare ed a parlare, avrò spiccicato 15 parole in tutto.
Per il resto è stato mangiare, bere, giochicchiare al cellulare ed osservare V e pensare a tante cose e ad atre persone che ovviamente non pensavano a me.
Oggi non è un bel giorno per me. Sono andato ieri sera a letto con questi pensieri che ora a getto scrivo qui'. E sono pensieri che non andranno via. Non basterà scriverli ed esternarli per esorcizzarli. Purtroppo rimarranno. Lo fanno perchè ci sono sempre. So sempre di non essere quello che vorrei, di non avere quello ciò che desidero.
V è migliore di me anche in questo. Non fa paragoni e se li fa sa che può contare su quello che è che ha fatto e che molti, io per primo, al suo cospetto possiamo solo allacciargli le scarpe.
Buon compleanno amico mio V.
Sei e resti un esempio per me. Un ritratto di quello che, forse, potevo essere se non fossi come sono.
Ti voglio bene.

martedì 24 maggio 2016

Starcon 2016: pseudo reportage


Fino a poche ore fa ero in quel di Bellaria (RN) alla Starcon 2016, evento che raccoglie in se amanti ed appassionati di fantascienza da Star Trek a Star Wars passando per il Dr Who, Stargate e via dicendo.
Questo per me è stata la terza partecipazione, pertanto ho deciso di scrivere qualcosina al riguardo.
Per approfondimenti e dettagli vi rimando poi a questo blog dove, certamente, ci sarà un racconto molto migliore e dettagliato del presente: http://kccmt.blogspot.it/
Il mio, come al solito, è uno scrivere a getto, senza congiunzioni grammatacio/spazio temporali.
In primis partiamo dal viaggio. Sia all'andata che al ritorno ho dovuto trattenermi seriamente dal prendere un calendario e lanciare epiteti poco fini nei confronti dei vari santi in esso presenti.
Questo perchè, grazie alla tempistica fortunosa dei lavoranti di Trenitalia, su una parte della tratta che dovevo percorrere, il giorno della mia partenza, erano previsti non meglio specificati lavori di potenziamento della linea.
Da premettere che tale fondamentale notizia mi viene annunciata, quasi per caso, da una mail sospetta (spam) che mi giunge alle 16.15 del giorno appena prima della partenza.
Questo evento ha fatto si che, nella parte finale del viaggio, la più breve e banale, quella tra Rimini e Bellaria (n.b. circa 15 km di distanza) abbia impiegato ben un'ora e mezza. Questo grazie alla somma coordinazione tra bus sostitutivi che prima non c'erano, poi c'erano ad un'orario sbagliato uniti ad apparizioni di autisti senza bus e omini con gilet catarifrangenti che, nella teoria, avrebbero dovuto dare preziose notizie in merito agli spostamenti sostitutivi ma che, ovviamente, ne sapevano meno di me in fatto di abbinamenti tra calze e cravatta.
Ma va bene così. Giungo infine a Bellaria dove mi aspetta già il mio mitico cugino (lui era arrivato un paio di giorni prima) e, dopo una veloce sosta in albergo per darmi una sistemata ed indossare la mia consueta t-shirt da nerd, faccio il mio campale ingresso alla convention badgiando un subitaneo ingresso/uscita che Flash levati dalle scatole che sei lento.
Il tempo di ambientarmi e salutare qualche conoscente abitudinario della convention e comincio il mio solito pellegrinaggio tra i vari stand espositivi. Questa volta, unito all'evento, c'era anche una piccola fiera in ambito fumettistico dove, anche lì, becco un fumettaro zona Bari (o comunque Puglia) da cui in passato ho spesso comprato qualcosa.
Durante il primo tour di stand vengo anche intercettato da una attrice della serie classica di Star Trek, tale BarBara Luna, che voleva a forza vendermi una delle sue foto autografate con lei in compagnia del compianto Leonard Nimoy (ovvero il signor Spock). Io glisso con il mio pessimo inglese e ben supportato da mio cugino che mi aiuta a togliermi da tale situazione imbarazzante.
Ore dopo scoprirò che la Luna, nonostante l'età non rosea, ha come fidanzato un tipo di circa 30 anni più giovane. Eventuali congetture su milf/cougar le lascio a voi...
Il pezzo forte del pomeriggio poi è rappresentato, invece, da un altro attore della serie classica (che per fortuna non mi ha fermato per il centro congressi proponendomi foto...anche perchè mi sarebbero costate un occhio e un lobo d'orecchio); sto parlando dell'immarcescibile capitano Kirk.
Ecco, come si vede dalla foto, il buon Willy sta in salute.
E' stato simpatico ascoltarlo, istrionico nel modo di parlare e raccontare, in vaghi tratti anche un po' megalomane. Ma è pur vero che alcune domande fattegli dal pubblico erano di dubbia qualità e lui doveva pur rispondere in qualche maniera. Un po' troppo prolisso magari, ma vederlo a distanza ravvicinata ed associarlo al suo alter ego fantascientifico mi ha fatto comunque piacere.
Di cene/pranzi/cene, non ho grandi cose da raccontare. Servizio a buffet, ti prendevi ciò che volevi e dovevi fare un po' la dea Kalì per portare più piatti contemporaneamente al tavolo o, come ho fatto io, fare un mix di gusti indescrivibili ed incastrare i cibi tipo tetris in un unico piatto.
Qualità medio/bassa, abbastanza ripetitiva.
La sera del primo giorno ho optato anche per la visione semicompleta della sfilata di costumi a tema fantascientifico o simile. Tolti un paio di picchi di genialità e di lavoro certosino, ho visto delle fetecchie colossali non tanto dal punto di vista visivo, quanto interpretativo.
Ho resistito fino alla fine, o quasi. Cioè, non sono rimasto per la premiazione e così mi sono anche perso una proposta di matrimonio fatta sul palco della sfilata da un tipo alla sua lei. Guidato da qualche divinità  quintessenziana, come ad assimilare sostituzione della mielosità dell'evento ante matrimoniale, al ritorno verso l'albergo, io e mio cugino abbiamo fatto una sosta in una pasticceria dove ho mangiato un grosso biscottone alla marmellata di albicocche...credo...
In albergo, il tempo di mettermi il pigiama, dire buonanotte a mio cugino, e sono crollato.
L'indomani mattina, doccia, colazione decente in albergo e di nuovo al centro congressi. 
Solito giro, questa volta quasi in solitaria visto che mio cugino verrà trattenuto dai suoi obblighi come facente parte dello staff della convention.
Scambio di chiacchiere estemporaneo con altri partecipanti e, di nuovo nel pomeriggio, altra breve apparizione di Kirk in sala conferenze.
Lo ascolto ma meno attentamente. Le domande sono, tranne un paio di casi, ancora maggiormente pessime di quelle del giorno prima.
Ed il tempo passa più o meno placidamente, con alcune considerazioni maturate e qui di seguito riportate:
- la sfiga.
Sfiga nel viaggio di andata, sfiga nel non poter giocare ai vari giochi di comitato, sfiga nel partecipare, per la prima volta, alla cena finale della convention dove, negli anni passati, pareva ci fossero frizzi (non fabrizio per fortuna), lazzi, foto, attori simpatici e socievoli, e che invece quest'anno a me ha fatto quasi venire sonno.
Ah, la sfiga la ho avuta anche durante il viaggio di ritorno quando, proprio una manciata di ore prima, sulla tratta che andava questa volta da Bellaria a Rimini, un tipo ha pensato bene di farsi investire dal treno. E nulla...
Comunque ci sono stati anche degli aspetti positivi, ovvero:
- vedere mio cugino che è sempre un piacere;
- vedere il mio amico Marcello che erano anni che non vedevo (circa 2);
- rivedere dopo circa una decina d'anni (fate uscire la Carrà...) Alessandro, un ragazzo che conobbi in quel di San Marino accompagnato da suo marito. Si, ho scritto marito. Che in Italia siamo ancora dei buzzurri, grezzi e arretrati. E lui, il marito, se lo è dovuto sposare in Irlanda, paese che oltre a produrre la ottima birra Giunness, è decisamente più civile e meno bigotto del nostro.
Ecco, in fin dei conti "faccio più km per Star Trek che per una donna" (citazione altrui) forse proprio per questo. Per rivedere, anche solo per manciate di minuti, amici cari, conoscenti, milf attempate, attori istrionici e, non da ultimo fare un po' di compere nerd per me, per i miei amici e per le ragazze che mi ignorano.



venerdì 13 maggio 2016

bof smash!

Che io sia crescito, tra gli altri, a fieste, spremute d'arancia e fumetti lo sanno anche le pietre.
Ed il gaudio per l'utilizzo sensato dei progressi tecnologici degli ultimi anni, che ha reso possibile la trasposizione filmica dei vari comics, in me è grande.
In questi periodi, come in altri anni addietro, le pellicole dedicate ai comics americani proliferano.
Ed il vederli, per me, ha un non so che di inebriante ed al contempo rilassante. Come il ritrovarsi con dei vecchi amici che conosci da tempo e passarci del tempo assieme.
E' un ripercorrere avventure sempre e solo viste bidimensionalmente, un "tastare" con nuovi occhi qualcosa che avevo sempre e solo immaginato nella mia mente.
Certo, anche i film sono frutto di fantasia, sono didimensionali pure loro (tralasciando le tecnologie 3D) ma vedo i miei eroi impersonati da persone vere, fatte di carne ed ossa.
E' tranquillizzante.
E' come dirsi: "visto? esistono davvero!"
Talvolta è anche un po' deludente. Certi attori incarnano ben poco l'eroe che sono chiamati ad interpretare (i miei occhi piangono ancora lacrime napoletane per Ben Affleck/Daredevil, o Nicholas Cage/Ghost Rider).
Ma il lungo preambolo è solo per esprimere, dopo anni ed anni di letture assennate ed approfondite, chi sia il mio supereroe preferito.
Altro piccolo flashback: il primo comics americano sfogliato nei meandri di una piccola e polverosa edicola era un numero dei Fantastici Quattro della Editoriale Corno. Già li intravidi la Cosa che, almeno per senso estetico, mi avrebbe poi portato alla decisione di cui sotto.
Poi, lo status di lettore incallito lo ebbi iniziando a collezionare l'Uomo Ragno (che non chiamerò Spiderman come ora tutti pare lo riconoscano...) della Star Comics, che mi aprì pienamente all'universo supereroistico della Marvel.
Ecco, di certo ho sempre preferito la Marvel alla DC, quest'ultima casa editrice di vari e memorabili Superman, Batman, Lanterna Verde, Justice League ecc...
Ma proprio sulle collane della Star Comics iniziai ad intravedere lui; come ogni passione, non scoccò da principio. Le sue storie erano meno divertenti di quelle dell'Uomo Ragno, meno dinamiche di quelle degli X-Men, meno fantasiose di quelle dei Fantastici Quattro.
Era, e sembrava, un po' tocco. Decisamente scemo. Si esprimeva, e lo fa ancora oggi a fasi alterne, solo tramite grugniti e urlacci.
Ma poi, qualcuno, finalmente cominciò a dare a quel personaggio la giusta luce, la giusta chiave di lettura e di interpretazione della sua mente.
I grugniti iniziarono ad avere un senso, la sua rabbia ad essere se non condivisa, almeno giustificata.
Qualcuno, infine, decise di donargli voce e raziocinio umano, e lui stesso ci spiegò e ci fece capire che cosa voleva dire essere lui: Hulk.
Non so perchè la mia scelta sia ricaduta, infine, su di lui.
Ho letto invero molto meno su di lui che di altri suoi illustri colleghi.
Forse il fatto che sia verde?
O che sia notoriamente un bestione.
Ho notato che dei vari supereroi ho avuto sempre una predilezione per quelli più massicci. Hulk, la Cosa, Wendigo, Sasquatch, il Fenomeno, Colosso (anche se decisamente più mingherlino di altri)...

E questa scelta la faccio ancora oggi. Se devo crearmi un personaggio in qualche videogioco o gioco di ruolo, vado su qualcosa di massiccio.
Non farò autoanalisi dei miei gusti in tal senso. Non voglio scoprire turbe o gusti sessuali o carenze affettive e genitoriali.
Voglio solo dire che Hulk, per me, è il migliore.
E quando, tornando a bomba sul discorso film, per la prima volta vidi non tanto i suoi recenti film dedicati a lui individualmente, quanto il primo Avengers (che io preferisco, come sopra, chiamare Vendicatori), tra tutti fu lui a farmi emozionare più di tutti.
Quando Cap (Capitan America), nel mezzo della lotta contro i Chitauri, gli dice semplicemente "Hulk, spacca!", credetimi, ho i brividi; e quasi quasi un paio di bruschette all'aglio paiono entrarmi negli occhi, almeno fin quando Hulk non sfodere il suo miglior sorriso e da sfogo alla sua reale potenza.


Senza freni.
Senza frizzi e lazzi.
Senza maschere e perbenismo.
E' libero.




sabato 7 maggio 2016

Stairway to heaven


Ma c'è vita dopo la morte?
O solo dopo il caffè?
Non saprei, soprattutto per la prima domanda. Insomma, credo che un po' a tutti capiti, prima o poi, di fare i conti con il pensiero sulla propria morte.
Non è un post che vuole portale jella, ma mostrare un mio dubbio atavico.
Quando moriamo...e, per la maggiore, si spera di andare in paradiso, come appariamo?
Insomma, saremo luce, energia (gas?), forme a piacere nostro o altrui (?), saremo come moriamo. Cioè, se muoio a 50 anni apparirò come me a 50 anni?
E che gusto ci sarebbe, se fosse così? Chi vorrebbe apparire, potendolo, vecchio o acciaccato. Quindi, penso, che la maggiorparte di noi sceglierebbe la propria controparte giovane; nel pieno delle forze e della bellezza.
E se questo discorso può sembrare effettivamente strampalato, una volta lì, in paradiso, cosa credete che faremo per prima cosa?
Probabilmente cercheremo, se possibile, i nostri amici, i nostri cari, i nostri amori.
Ecco...su questi ultimi ho, come al solito, il dubbio maggiore.
Insomma. Io muoio e spero, nell'aldilà, di incontrare magari l'amore della mia vita (ovviamente perso e non corrisposto). Ma, cavolo, siamo in paradiso. Siamo tutti belli e buoni. Quindi, penso, mi potrebbe accettare. E potrei vivere questo paradiso veramente bene.
Ma se, come credo sia plausibile, l'altra magari cerca e si trova con il suo vero amore...non certo sceglierà me.
Da questa equazione un po' bislacca ne può uscire matematicamente che anche in paradiso, probabilmente, ci sarà qualche ingiustizia.
A meno che non ci sia qualcosa di assultamente imprevedibile, come magari una colossale civiltà evoluzione massima dei figli dei fiori, con amore diffuso, assenza di gelosia.
O, forse peggio, una totale assenza di bisogni carnali e affettivi di vario genere. Solo un'estasi data dal non fare nulla, dal poter fare tutto, dal poter sapere e conoscere tutto, e quindi una pace dei sensi totale.
Vai a vedere che questo paradiso non esiste...o che se esiste è una gran fregatura come e peggio della vita di ogni giorno spesa su sta gigantesca palla di fango chiamata Terra.
 I Litfiba, in effetti, cantavano che "paradiso è un'astuta bugia, tutte le vite, e per primo la mia". E qualcosa mi dice sempre più che c'abbiano ragione.
Vabbè io, alla peggio, quando trapasserò...potendo opterò per:
- reincarnazione in un gatto;
- paradiso della serie "va, ed insegna a boffare agli angeli".

lunedì 2 maggio 2016

1 maggio vs 1 maggio



Altro titolo non mi veniva proprio in mente.
Secco, sicuro, diretto.
Non entrerò nei dettagli della festività dei lavoratori, di chi ha la fortuna di esserlo, di chi aspira a diventarci il prima possibile.
Ieri c'è stato un confronto tra due correnti di pensiero e due modi, forse, di dire la stessa cosa.
In quel di Roma, il classico concertone con millemila partecipanti, cantanti/gruppi di livello anche internazionale, buonismo e anticonformismo ritagliati su musira da mamma rai (che seppur sia rai 3 a qualcuno deve sempre da dar conto).
In quel di Taranto il c.d. contro-concerto, organizzato da un manipolo di associazioni culturali per la difesa del lavoro, della salute, dell'ambiente. Un concerto senza la ribalta mediatica dedicata al suo cugino più famoso e potente di cui sopra.
Eppure si sono esibiti autori del calibro di Fabi, Silvestri, i Litfiba e degli Afterhours (che hanno anche suonato un loro pezzo inedito che farà parte del loro imminente nuovo album).
Due scuole di pensiero, appunto, due modi di parlare, di esporsi e di dire la verità.
La prima, secondo me, troppo imbrigliata negli spot pubblicitari, nelle politiche di corridoio, nel non dire troppo per non calpestare piedi altrui (piedi dei sindacati, in primis, ed a ruota della politica).
La seconda, sempre secondo me, ancora troppo acerba nel verbo, troppo incattivita (giustamente, direbbe qualcuno), troppo umorale. 
Eppure, non solo per vicinanza kilometrica, la seconda l'ho sentita più vera, più concreta, più emozionante.
Un qualcosa più di stomaco che di testa.
C'erano momenti in cui facevo zapping tra rai3 e canale85 (l'unica emittente che ha dato in diretta il concerto...con buona pace delle tante e mediocri reti locali, soprattutto dell'area pugliese, che hanno fatto finta che nulla stesse accadendo a Taranto), e notavo queste differenze abissali.
Da una parte un Barbarossa che con voce impostata dimostrava come può essere ammansito uno pseudo ex 68ino.
Dall'altra una pletora di comuni sconosciuti che raccontavano di loro stessi, dei loro cari, dei loro figli, morti, ammalati, resi talvolta delle larve.
Non riuscivo a sopportare per più di 30 secondi la piazza di Roma. Troppo conformista, troppo ipocrita.
Quella di Taranto, magari, pure lo era. Anche lì in mezzo a quella folla ci stava gente che, stamane, ha dimenticato e scordato tutto quello che ha udito ieri sera da quel palco.
Il qualunquismo regna ovunque.
La cosa triste, davvero, è il vero e proprio boicottaggio che ha subito la manifestazione di Taranto. Ieri nessun TG ha dedicato anche uno straccio di minuto al concerto. Nessuna radio commerciale ha anche solo menzionato il festival dal mero punto di vista musicale (e, ripeto, gli ospiti musicali c'erano ed erano di livello).
Taranto è l'emblema di questo Sud che, dopo anni di vita forzosa, ho imparato se non ad amare quantomeno a rispettare.
Un Sud abbandonato, reso solo e diviso.
Un Sud di cui si parla sempre poco e sempre male (avete notato di come le notizie di cronaca, ai TG, siano per lo più provenienti dal Sud? Come se da Roma in giù tutta l'Italia non sia capace di sfornare se non pedofili, assassini, uxoricidi, stalker, mafiosi e ndranghetisti...!).
Un Sud che, invero, è culla anche di tanti e tanti esempi di buona politica, di socialità, di accoglienza, di cultura, di rispetto e di valori.
Ma è un Sud, siamo un Sud, dimenticato da chi ha in mano il potere. Quel potere che corrompe e fa dimenticare e volgere lo sguardo altrove, anche a coloro che da quel Sud provengono e poi, come per magia, messo piede a Roma o a Milano, perdono ogni appartenenza e si trasformano in pecore.
Ieri Taranto era sola, e non lo era.
Era circondata da un affetto che è quello che le permette, nonostante tutto, di andare avanti.
Quel tipo di affetto che, se condiviso e reso quotidiano, permetterebbe a questo Sud il riscatto che da troppo tempo aspetta.
E poi vedremo chi è la locomotiva del Paese...

 

giovedì 28 aprile 2016

Tutta esperienza



Una fine può essere sempre un inizio. Talvolta però non è così automatico ed ottimistico.
Una fine è una fine. Punto.
E fa un certo effetto e provoca sempre un dolore intenso, mai diverso.
Io sono una compilation di sbagli, lo so.
E' il mio retaggio, è la mia debolezza maggiore.
Una sfilza di errori che ho compiuto e che, qualcuno mi faceva notare, compio continuamente.
Dovrei essere diabolico a questo punto, dal vecchio adagio che errare è umano, perseverare è appunto diabolico.
Ma manco il diavolo credo abbia voglia di mischiarsi con me. Deluderei anche lui.
Sono al contempo un bonaccione o forse un debole. Prometto e premetto rabbia e rancore a chiunque penso mi abbia fatto del male. Ma. per chi ancora non l'ha capito. sono il classico cane che abbaia e non morde. Che dopo 10 minuti scarsi è buono come prima.
Ma lo so, lo sa chi mi conosce (in pochi a dirla tutta). Io nei momenti no dico e faccio spesso qualcosa che fa male. E' voluto che faccia male, deve, almeno secondo la mia logica. Più mi sento ferito e più devo ferire.
Solo che a me poi passa e subentra la mancanza. Chi è stato ferito da me non ha quasi mai la stessa evoluzione. Si ferma alla rabbia, alla delusione. E resta lontano.
Anche quando chiedo scusa. Anche quando chiedo aiuto.
Non mi si perdonano gli errori. Come ad un dio volubile che permette la fame nel mondo e dona opulenza a chi non la merita.
Ho paura di come sono, di come non riesco a cambiare. Del perdurare nei miei difetti, nei miei errori e nelle mie mancanze.
Ed hanno paura le persone che invece vorrei accanto a me, per tutta la vita.
Ma fin quando avrò la forza di farmene una ragione?
Fin quando riuscirò simbolicamente a risorgere come una fenice? 
O a diventare via via più forte, dopo la sconfitta, come un guerriero sayan?
Fin quando dovrò accumulare esperienza per dirmi, alla fine, pronto per essere felice?
Io che, la felicità, forse non l'ho mai cercata veramente per la troppa paura, per le troppe responsabilità, per la grande maturità che necessita per riconoscerla, viverla e tenersela stretta.
Per quanto tempo dovrò ancora sentire esplosioni di suonerie personalizzate che annunciano lieti eventi...altrui?
Misaki, se mai leggerai queste righe, scusami.


martedì 26 aprile 2016

Fear of the...


Avete presente la fiaba del Mago di Oz?
Ebbene, per estetismo e gusti vari mi sono sempre più immedesimato nell'uomo di latta.
Eppure, la vita di tutti i giorni, mi fa rendere conto sempre di più che la mia somiglianza sia diretta verso il leone codardo.
Ho scarso coraggio. Non del tutto assente. Un coraggio che va un po' a come cavolo gli gira.
A volte sembra che nulla mi spaventi.
Altre volte, tante di più, a momenti ho paura anche della mia ombra.
Il bello, o il brutto, è che dall'esterno questo non traspare quasi mai. Accigliato e con l'aria perenne di incazzatura pronta ad esplodere, appaio esternamente quasi refrattario alla paura.
Il tipo di persona a cui dare tutto in mano, a cui delegare ogni virgola.
Ma dentro, cari miei, c'è un'ansia quasi costante ed una compilation di paure che il greatest hits dei Queen mi spiccia casa...
Una paura di sbagliare e di essere giudicato.
Una paura di soffrire.
Una paura dei miei sentimenti.
Una paura di non essere abbastanza e di venire umiliato (soprattutto da me stesso...).
Una paura di far soffrire per queste mie incertezze.
Una paura di leggere sms che, penso, possano contenere qualcosa che mi farà del male...e che rimangono non letti talvolta per settimane e, non infrequente, direttamente cancellati senza essere visionati.




giovedì 21 aprile 2016

Black hole vomit


Qualche giorno fa ero in trasferta romana per ascoltare il caro vecchio Chris Cornell.
Se non sapete chi sia questo denota una vostra scarsa conoscenza musicale, non vi do scusanti.
Il concerto mi è piacuto molto. Partendo dalla location, l'Auditorium Parco della Musica, che è davvero una struttura eccezionale per l'ascolto della musica.
Anche in questo caso la sfacchinata è stata abbondantemente ripagata dall'emozione nell'ascoltare un cantante che, ai suoi tempi come altri del suo genere, ha fatto parte della colonna sonora della mia adolescenza, ma non solo.
E' stata anche l'occasione per conoscere un gruppo assortito di amici/conoscenti del mio amico concertaro L.
Diciamo che L è già, rispetto allo scrivente, ad un livello superiore di super sayan. Ecco, certi suoi amici fanno sentire nello stesso modo L.
Insomma, parlo di persone che, a dispetto dell'età e della location non favorevole per logistica e cultura musicale (interland Barese), hanno macinato km e km per ascoltare gruppi e cantanti che io non penso riuscirò o riuscirei a vedere se non tornando indietro nel tempo di almeno una decina d'anni.
Parlo di gente che è veramente "pazza" per la musica, che gira non solo l'Italia ma anche l'Europa ed buona parte del globo per ascoltare e seguire i propri fan.
C'era un ragazzo che, ad oggi, ha visto per bene 26 volte i Pearl Jam. Ok, forse un'esagerazione (anche per me), ma non ho potuto nascondere uno sguardo trasognante ad ascoltare i suoi brevi racconti spot di concerti visti su e giù per mezzo globo.
Parlo di gente ambo sessi (ho conosciuto una ragazza che, per dirla tutta, tra qualche giorno andrà a Londra per ascoltare i Wolfmother...) e senza limiti di età (un'altra ragazza se ne va in giro con il padre, che è peggio di lei in fatto di numero e qualità dei concerti ascoltati!).
Mi sono sentito davvero infimo, ma non per questo non all'altezza. Nel mio piccolo ho la mia esperienza musicale.
Che poi, per raccontarla in breve, il primissimo concerto serio a cui partecipai risale al lontano 1994, sempre a Roma, Cinecittà per la precisione, per ascoltare nientepopodimeno che i Pink Floyd.
Quindi, per dire, il battesimo del fuoco ce l'ho avuto tosto!
Poi per varie cause, serie e meno serie, ho avuto un lungo ed imperdonabile vuoto durato anni ed anni dove non ho partecipato a nessun concerto, sempre che non consideriamo tali quelli di alcune feste patronali del mio tristerrimo paese dove ha suonato gente del calibro di Fausto Leali, Michele Zarrillo, i Litfiba (post abbandono di Pelù) ed altri vari volutamente dimenticati.
Il ritorno di fiamma per i concerti è ritornato poi nel lontano 2009, con un memorabile concerto degli Alice in Chains in quel di Milano. E da allora, per quanto posso e fin quando potrò, cercherò di regalarmi almeno questa emozione.
Perchè, per carità, non sono per fortuna una cariatide...ma la stanchezza per i viaggi e l'investimento economico per questo genere di cose cominciano a non essere sempre e comunque alla mia altezza.
Varie e solite mie riflessioni/precisazioni varie:
- ho mangiato in una trattoria proprio vicino piazza del Popolo (quindi in pieno centro), gustandomi un buon piatto di tonnarelli cacio e pepe. Non buoni però come quelli che mangiai anni fa in zona Trastevere;
- ho avuto modo di incontrare, per puro caso, due amiche/conoscenti di facebook. Ci siamo riconosciuti vicino il banchetto delle t-shirt del concerto (quello dei "napoletani", dove il merchandising costa in genere la metà o 1/3 di quello ufficiale...). E insomma, è stato davvero gradevole incontrarle, scambiare quattro chiacchiere e sentirmi dire, anche da loro, che notavano la mia assenza su facebook. Chissà...forse forse potrei decidere di ritornare a fare il clown nel circo di Zuckerberg...


sabato 16 aprile 2016

Pensieri della doccia: imprinting di un ti amo


Avete mai notato quanti pensieri sembrano affollarsi in quei pochi (o molti, a seconda dei casi) minuti in cui ci facciamo la doccia?
A me capita, e anche spesso.
Non so quindi, per quale alchemico scontrarsi di neuroni, il mio pensiero è volato a lei: Alessandra.
Alessandra è stata la prima ragazza a cui ho confidato il mio amore.
Correva l'anno...1985. Potevo avere scarso tra i 9 ed i 10 anni.
Alessandra era, manco a dirlo, una compagna di classe. Morettina, coi capelli lunghi e mossi.
Già all'epoca non ero un leone in fatto di coraggio nei sentimenti. La dichiarazione, per dirla così, gliela feci in un modo che già all'epoca sembrava arcaico e romantico al contempo. Le scrissi un bigliettino.
Due semplici parole, scritte con pennarelli di vario colore, uno per ogni lettera: ti amo.
Infine spruzzai, anzi quasi impregnai quel bigliettino su cartoncino bianco, di uno o più profumi di mia madre.
L'indomani mattina, mi pare durante l'ora di ricreazione, quando lei e quasi quasi tutti i miei compagni di classe erano fuori dall'aula per ovvi motivi (ripeto, non ero un leone...) mi avvicinai al suo banco e, con furtività mista a maestria da rasentare Lupin III, infilai il bigliettino nel suo zaino. Poi mi dileguai. Dimentico, il bigliettino era OVVIAMENTE anonimo!
Il tempo passò, Alessandra di certo aveva trovato il bigliettino. Ma non era certo Zenigata (per mantenere la metafora di cui sopra) e non penso scoprì mai chi fosse stato l'autore di tale ardita dichiarazione.
Il tempo, appunto, passò ancora. E, purtroppo, con odiosa puntualità arrivò il trasferimento di mio padre per i solito odiosi motivi legati al suo lavoro.
Dovevo lasciare, per l'ennesima volta, scuola, amici, hobbies...e ripartire da zero.
Il trasferimento giunse quasi a fine dell'anno scolastico.
Come di consueto, alla fine di ogni anno scolastico, per l'appunto, la mia classe era solita organizzare una sobria serata in pizzeria.
Ricordo che quell'anno, dopo svariati tentativi andati a vuoto nei quali era mancata, avrebbe partecipato anche Alessandra.
Ero euforico. O meglio, un misto di euforia e dispiacere. Perchè quella sarebbe stata l'ultima sera in cui avrei visto i miei compagni di classe, non solo Alessandra.
Ma così non è stato. Perchè, a rovinare il tutto ci si misero i miei genitori.
Sì, perchè per qualche astruso motivo, decisero di partire e lasciare i lidi dell'epoca appena il giorno prima fissato per la famosa pizza.
Rammento il mio dispiacere, i miei pianti e anche un accenno di litigio. Nulla, a 9 anni non potevo competere. Persi e forse, per la prima volta, capii che la vita era davvero ingiusta.
Non chiedevo poi tanto. Solo 24 ore di tempo in più. Per salutare gli amici, per rivedere lei.
Non mi sarei certo dichiarato, o forse si. Tanto era tutto perso. Il giorno dopo ancora sarei partito per sempre, e per sempre non l'avrei rivista.
Ma neanche quello mi fu permesso.

E sulla Fiat 131 di mio padre quel giorno uscimmo dal cancello della nostra casa di allora. Ed alla curva, a poche decine di metri, incrociaammo un'altra macchina. Era quella della madre di Alessandra. E lei era dentro!
Ci incrociammo. Ci riconoscemmo. Lei mi salutò e mi regalò uno di quei sorrisi che non dimenticherò mai.
Piansi...e persi...ed odiai il lavoro di mio padre, i miei genitori e l'amore.
Qualcuno, tempo fa, raccontando tutto questo mi disse semplicemente: Tu sei rimasto su quella macchina.
Ed aveva ragione... 


martedì 12 aprile 2016

Colori e fantasia

 
No, non è un post che parla dei mini pony. E neanche un post che fa da preambolo a qualche gioioso stato del sottoscritto.
Il titolo è frutto del riassunto delle uniche due cose abbastanza particolari che mi hanno colpito negli ultimi giorni.
Una, per la verità, non è neanche del tutto una novità.
La prima, per l'appunto. E' un dato di fatto: ho un colore di pelle un po' più scuro del normale. Olivastro è forse il termine tecnico.
Questo, negli anni, pur abitando in una zona del meridione dove non pullano biondi con occhi azzurri, mi è sempre stato fatto notare.
Ai tempi delle superiori, in termine gergale, qualcuno mi chiamava tranquillamente "negro". La cosa non mi ha dato mai fastidio, anzi.
E l'altra sera, durante una noiosa sessione in palestra, una mia conoscente mi si avvicina, mi saluta ed alla fine delle consuete quattro chiacchiere di circostanza, mi esce con questa domanda:
"Ma stai già andando a mare?"
Da premettere che il mare ce l'ho vicino, si. Ma ce l'hanno vicini tutti gli abitanti di questo posto dimenticato dalla cultura e da Aldo Biscari, non solo io e quindi anche lei. E questo già farebbe pensare che tutta questa esclusività non è solo mia.
La mia risposta è stata un consueto "No." Seguita dalla consueta constatazione altrui: "Eh, sei scuro di natura. Bella fortuna."
 
Ora, non so se sia proprio tutta tutta questa grande fortuna. Comunque faccio spallucce ed in genere sorrido divertito per questo strano ricorrente evento.
L'altro, legato alla fantasia, è invece scaturito dal mio lavoro.
Capita, spesso, che nel registrare le fatture dei miei assistiti mi capiti di leggere denominazioni particolari e fantasisose di svariate attività commerciali.
Ho notato, nel mio piccolo, come in genere da Roma in su, i nomi di società e/o attività imprenditoriali diventino via via più scafate, per usare un termine colloquiale.
Diciamo che in zona Milano se non ci mettono un Italy-International non ci stanno bene. Mentre verso Roma o zona centro (anche Napoli) ci sono nomi meno impegnativi ma spesso più simpatici al suono.
La cosa poi, purtroppo, scema terribilmente quando scendiamo nel meridione, dove pare che il massimo dell'estro sia aggiungere una & commerciale di tanto in tanto. Per lo più riscontro nomi e cognomi o, proprio come sforzo creativo, le iniziali di vari eventuali soci/titolari.
Che poi, per la prova provata di tutto ciò, basta girare nel mio poco fantasioso paese dove un buon 80% delle attività presentano suffissi o simili tipo "poli", "hera" o "heraclea", nomi tutti derivanti dal ben poco fantasioso e sofisticato riferimento al nome del mio paesello e della sua "mitica" storia.

mercoledì 30 marzo 2016

Giocagiuè

 
 
Reduce dalle festività pasquali, posso affermare candidamente anche di non aver fatto alunchè per pasquetta.
Tra le altre, finalmente, pare che anche molto persone si siano fatte candidamente i fatti loro e non mi abbiano chiesto cosa facessi per questo così sentito lunedì di festa.
Io l'ho passato bellamente in relax a casa, trastullandomi tra xbox, fumetti, musica e riposo.
Quest'ultimo, però, è stato leggermente minato dalla presenza dei vicini di casa.
Nulla da dire nei loro confronti, per carità. Hanno discutibili gusti musicali (ricordo, anni addietro, una gioranta di loop musicale dove avranno ascoltato per circa un 470 volte un brano di Arisa..), ma per il resto non posso lamentarmene.
Una pecca però ce l'hanno: la loro nipotina.
Questa piccola creatura, che credo abbia ormai tra le 5 e le 6 primavere, ha un molesto modo di passare il proprio tempo a casa dei nonni: correndo come una forsennata lungo il corridoio.
Abitando io al piano di sotto, se ne deduce, che all'arrivo della nipotina in questione io e mia madre ci si debba sorbire questo continuo pesante rumore di passi.
Viene da chiedermi, tra le altre, come una creatura così piccola e magrina poi nel momento della corsa paia acquisire maggior peso e volume, oltre le normali leggi fisiche, tanto che nel corridoio di sopra pare stia imperversando un velociraptor...
Ma l'altro dubbio, quello più amletico e profondo, è: ma che razza di modo è di giocare?
Insomma, a patto che la bimba non diventi da qui a 15 anni la nuova e nostrana Usain Bolt, che cazzo si corre a fare per ore ed ore?
E mi ritorna in mente che io, all'età sua, se dovevo correre lo facevo fuori, all'aperto. Che se solo c'avessi provato mia madre avrebbe giocato al lancio della ciavatta dritto sul mio naso.
E un po' mi intristisco. Non per le ciavatte, ma per la bimba velociraptor.
Perchè ho notato da lungo tempo che è anche cambiato il modo di giocare.
Io reputo il gioco assai istruttivo e formativo. 
E non solo io. Anche psicologi, sociologi e altri che finoscono con ologi lo dicono.
Gli spazzi aperti dove giocare, anche nei buchi di paesi come il mio, cominciano a scarseggiare. E se anche ci sono, ormai ci vedo davvero pochi bimbi.
Ed anche i giochi più classici, quelli da fare in casa, coi giocattoli...solo io ho notato che stanno avendo una involuzione totale?
Si passa di botto dai giochi per bebè (quelli con le forme da mettere negli spazi designati, o i mega blocchi di costruzioni) alle console di gioco. Non pare ci sia una via di mezzo particolarmente percorribile.
Invece, già ai miei tempi, i giocattoli occupavano gran parte delle stanze di noi bambini dell'epoca. Forse era un eccesso anche quello, ma l'assenza di giochi materiali, che attivino sia i neuroni ma anche il tatto dei bambini, mi paiono una grossa assenza formativa per queste ultime generazioni.
Non posso fare a meno di pensarlo...e di pensare a come già i miei genitori criticassero all'epoca il modo di giocare di noi bambini di 30 e spicci anni fa (loro avevano al massimo una bambola di pezza, trottole e biglie).
Forse ogni generazione vede in quelle nuove qualche difetto, qualche mancanza. E credo che sia vero. Che le cose perse o trascurate o non più "di moda", non siano migliori di quelle che vanno oggi per la maggiore.
Non so quanto sia meglio non avere più un vero pallone con cui giocare e giocare, invece, a calcio su qualche iphone di ultima generazione.
 

martedì 22 marzo 2016

Drift di Pacific Rim


Ieri sera in tv hanno dato Pacific Rim.
Film truzzo americano con robot e mostri giganteschi che fanno a mazzate per quasi due ore.
E' il tipico film che vedo e rivedo volentieri e con entusiasmo sempre crescente.
E' il mio genere di film, c'è poco da commentare o aggiungere.
Il concetto di questo post, legato al film, non è però una recensione sullo stesso.
La recensione poi avrebbe poco da raccontare in effetti.
All'interno del film, che non è comunque solo tutto botte da orbi, effetti speciali, testosterone a fiumi ed esclamazioni machiste, due cose mi fanno sempre un po' riflettere.
La prima: "Tutti sanno cadere". Affermazione fatta dal biondo (o castano) e palestrato protagonista. Una frase che spiazza nella sua crudità e verità.
Siamo quasi tutti qui a fare vedere quanto valiamo, quanto siamo bravi, belli e prestanti, nel lavoro, negli affetti, nello sport. Quasi tutti pronti a correre, anzi, a salire le scale di un metaforico successo fino allo stremo, fino all'ultimo gradino.
Pochissimi hanno capito che questa scala è spesso fatta di cartapesta inzuppata, inutile da salire con affanno. E, ancor di meno, sono quelli che hanno capito che cadere è la cosa più semplice e naturale che possa accadere e che non dovremmo avere paura di fare.
Tutti sanno cadere...pochi sanno poi rialzarsi, questo sarebbe poi la conclusione che aggiungo io alla frase.
Ma anche questo "obbligo" di rialzarsi è sempre un qualcosa che ha un vago retrogusto di arrivismo.
Cadere e rialzarsi...
Non possiamo neanche fermarci un attimo a quanto pare. La corsa o il cammino deve riprendere il prima possibile. Forse perchè è effimero il cammino stesso. E' effimera e breve la vita e pare che il suo gusto sia necessario assaggiarlo solo di fretta.
C'è qualcosa di sbagliato in questo. Lo sento.
Ed è giusto cadere, forse anche istruttivo. Ma non so quanto lo sia il rialzarsi per raggiungere un traguardo o quanto, invece, lo sia solo per riprendere a camminare e basta.
Altra cosa che mi colpisce sempre del film in questione è il drift, ovvero il procedimento di fusione mentale che avviene tra i piloti dei robottoni a difesa della terra (chiamati jaeger). 
Cherno Alpha, il massiccio e tosto jaeger sovietico. Il mio preferito (che ovviamente fa una brutta fine)
In pratica l'uno entra nella mente dell'altro, questo perchè solo una sintonia ed armonia quasi completa tra i piloti permette il corretto pilotaggio degli jaeger.
Il drift
E lì, in quelle scene fatte di flash back, ombre e luci sparaflashate blu, mi domando: "ma io un drift ipotetico ce l'ho mai avuto con qualcuno?".
Cioè, sono mai riuscito a raggiungere, anche solo per brevi attimi, una sorta di fusione e condivisione dei miei pensieri, del mio io, con qualche altra persona?
Me lo domando...e rispondo nì.
Perchè, tutto sommato, se penso al senso di completamento e/o di totale libertà del mio essere interno ed esterno, con una persona ci sono andato vicino a sentirli.
Ma nel mio caso, non essendo in un film americano, non ho pronto il lieto fine, non ho eliminato la minaccia dei kaiju e non riemergo da morte certa con l'amore incondizionato della nerd/orientale/coicapellifucsia.
La mia nerd/italiana/coicapellicastani forse starà già driftando con qualche pilota migliore.



venerdì 18 marzo 2016

Come va?



"Ciao, come va?" è ormai diventata una domanda pericolosa fare.
Talvolta la diciamo come inizio di una qualsiasi discussione, giusto per non andare troppo al sodo della questione.
Altre volte invece la sento e la dico quale barlume di una remota e non del tutto sepolta umanità.
Spesso, per quanto si possa essere interessati a sapere come sta davvero l'altra persona, la risposta che riceviamo ci spiazza non poco.
E se in molti rispondono con altrettanto automatismo i vari "Tutto ok", "Si tira", "Al solito", tanti altri rispondono in modi che davvero ti fanno rimpiangere di aver osato solo chiedere.
La hit parade di risposte si sposta dal più o meno simpatico, al più o meno sarcastico fino a giungere al più o meno odioso.
Ci sono individui che, secondo me, strategicamente aspettano la fatidica domanda solo per propinarti una sequela di lamentele più o meno reali e credibili.
Strategie che si affinano poi quando, anche in assenza della domanda di cui sopra, il nostro interlocutore inizia la famosa sequela. Questa strategia, guarda caso, la ho riscontrata spesso nei miei assistiti nel momento in cui sentono che sto per chiedergli di essere pagato per il mio lavoro. E allora giù di malattie, lutti, infortuni, settimane, mesi, talvolta interi anni no.
Ma quelli che meno sopporto sono quelli che poi, a prescindere dalla risposta appena data, ti fanno a loro volta la domanda.
Ed io, nonostante tutto, dico che va bene, che non posso lamentarmi.
Perchè, tutto sommato, se sto bene in salute e stanno bene le persone a me più care e vicine, posso già dirmi soddisfatto.
Le rogne del lavoro, dei soldi, delle persone stressate, per quanto a volte risultino essere pesanti e sconfortanti, e non nascondendo la loro influenza sul mio stato d'animo, cerco sempre (non sempre riuscendoci) di circoscriverle.
Ma, appunto, tornado a qualche riga prima, quando rispondo così pare che non tutte le altre persone apprezzino. 
E mi sono sentito dire dal "Beato te", al "Che culo", al "E ci credo..." accompagnati spesso da miei eloquenti silenzi.
C'è melma in giro, lo riaffermo.
E c'è gente davvero stressata ed incattivita che se, capisco e non certo pretendo che debba essere felici per me, quantomeno se stesse zitta lo apprezzerei di molto.
Che poi la voglia di essere socievoli ed umani in me già è risicata all'osso...


mercoledì 9 marzo 2016

Realtà multipla


Sono una persona piena di contraddizioni.
Da sedicente amante del fantastico e della fantascienza dovrei avere la mente libera ed aperta. Dovrei saper comprendere, paradossalmente, il reale e la realtà quotidiana molto meglio di tanti altri.
Perchè leggere ed immaginare di fantastico dovrebbe, almeno secondo me, a logica preparare la mente ad accettare tante possibili scenari, tante sfumature, tante possibilità.
Da amante dei "what if" o degli "e se", per dirla come mangio, da fautore ed assolutamente certo della convinzione che esistano infinite linee temporali determinate da infinite azioni fatte e non fatte, da parole dette e non dette, proprio non riesco a capire come dovrei la realtà che mi circonda.
Mi rendo conto sempre troppo tardi che questi "e se" esistono costantemente nel quotidiano e non solo in linea teorica.
Che la realtà ha tante se non infinite altre realtà. 
Una matriosca all'ennesima potenza di possibili varietà.
Un po' come dire che la bellezza sta negli occhi di la osserva. E così, ognuno dei nostri occhi genera altrettante bellezze.
Così fanno le nostre percezioni adattano, modificano, distorcono la realtà.
Io vedo la mia di realtà e spesso la porto come unica certezza. E sbaglio.
Non tanto nel considerarla una certezza (una qualche base su cui affermare il proprio essere deve esistere, io penso), quanto nel considerarla come unica.
Sbaglio nel ritenere che io sia nel giusto e che solo il mio giusto sia il migliore degli atri.
Così come lo sbagliato.
Così come il gusto ed i sapori. Ed i profumi ed i rumori.
Ed invece sbaglio e sbaglio come sopra, ritenendo che sia uno sbaglio più sbaglio degli altri.
Uno sbaglio assoluto.
Come una realtà assoluta.
Nulla di tutto questo ha senso.
O per lo meno il senso è che mi sono reso conto, solo dopo un confronto (un affaccio su un'altra realtà ancora), che non ho percepito la realtà di una persona cara.
Non la ho proprio considerata fossilizzandomi, per l'ennesima volta, sulla convinzione che la ragione o il torto o la rabbia o la delusione o la difficoltà fossero solo mie e fossero assolute, totalitarie.
Non considerando che anche altre persone hanno le loro di realtà, e se non riescono a farle percepire agli altri non è perchè le stesse non siano importanti, al contrario.
Non riescono o non vogliono o non possono renderle al meglio per i più svariati motivi.
E' complesso.
Ed io lo sto rendendo più complesso.
Perchè, come tante altre volte, giro attorno alle parole e non vado al sodo.
E mi rendo conto di quanto in fondo in fondo la mia testardagine, il mio voler essere assoluto, mi portino costantemente ad essere stretto di comprendonio e a non percepire appieno la realtà e le sue sfumature.
E non ci sono Asimov, Pratchet, Tolkien, Rondeberry, King, Lee e tanti altri che mi potranno aiutare con le loro storie fantasmagoriche.
Ho letto tanto da loro, ma non ho appreso che una microscopica parte di quello che, forse, volevano far capire.
Pessimo.

sabato 5 marzo 2016

Io e i Lego

Da sempre ho avuto una passione per i Lego.
Anche oggi, quasi 40enne, non disdegno di autoregalarmi qualche set particolare.
Da piccolo andai in fissa per i Lego medievali (così li ho sempre chiamati). Forse già l'influezza delle prime letture fantasy si fece sentire all'epoca.
In camera mia, mentre scrivo, sulla mia sinistra campa in bella mostra un bel castello fatto tutto di Lego. Con i suoi arceri, i cavalieri a cavallo, c'è anche una catapulta.
Sempre negli anni pre adolescenziali, penso avessi tra i 10 e gli 11 anni, invece ebbi il periodo dei Lego più urbani.
Complice un compagno di condominio dell'epoca che ne aveva a bizzeffe.
Ma noi creammo qualcosa di particolare.
All'epoca spopolavano i Transformers. Noi, creammo la nostra Cybertron (ovvero la casa/pianeta dei Transformers) e creammo dei Transformers tutti nostri.
All'epoca ero, per così dire, infortunato. Ero in convalescenza dopo essermi fratturato il femore. Mi ricordo che già camminavo, anche se con l'ausilio delle stampelle.
Nonostante l'impiccio salivo e scendevo autonomamente e tranquillamente le due rampe di scale che mi dividevano da casa di questo amico di allora.
Passai interi pomeriggi con lui tra innumerevoli mattoncini Lego.
Poi, tanto per cambiare, io e la mia famiglia venimmo trasferiti. Persi l'amico, lasciai a lui molti dei miei Lego (in verità era lui quello che ne aveva a bizzeffe e ne comprava ad ogni 3x2), ma non persi la passione per questi benedetti mattoncini.
Oggi come oggi ne faccio ancora uso (tipo droga...). Sono più "mainstream" e mi regalo, come da premessa, qualche pezzo più particolare.
Ho qualcosina di Guerre Stellari, l'anno passato ho beccato per puro caso la Ecto1 dei Ghost Busters.
Scarso un'ora fa mi sono imbattuto in un set del Dr. Who.
Ciò a cui ho resistito...
 Ecco. Non l'ho comprato.
Solite mie fisime e seghe mentali mi hanno fatto resistere all'acquisto compulsivo.
Però era una ficata e la spesa, penso, è stata solo rimandata.
Ma perchè mi piacciono tanto i Lego?
Ogni tanto me lo domando e penso che la risposta è tanto lampante quanto semplice: perchè costruisco qualocosa.
Ho sempre pensato che, potendo tornare indietro nel tempo (sì, tipo proprio il Dr. Who) darei una virata decisamente più materiale alla mia vita.
Sceglierei un corso di studi più pratico, qualcosa che mi porti a fare un mestiere dove "creo" qualcosa di solido.
Niente consulenze a parole, niente cervellotiche e virtuali prestazioni fiscali di cui, a volte neanche io, capisco l'utilità e la sostanza.
Farei il falegname.
O forse anche il carpentiere.
Magari anche il muratore.
Insomma, qualcosa che alla fine della giornata mi porterebbe a guardare il risultato del mio sforzo lì davanti agli occhi e tattile alle mani.
Ecco, i Lego sono per me questo.
Un impegno, un gioco, magari anche uno sfogo, che porta alla fine ad avere tra le mani un oggettino che, pur se piccolo e fragile, è quanto di più solido riuscirei mai a creare.

lunedì 29 febbraio 2016

Un giorno in più

Aphrodite detto "Il Pesciolone", Cavaliere d'oro del segno dei Pesci
Oggi è 29 febbraio.
E' un evento che capita solo ogni quattro anni.
Tipo i mondiali di calcio, le olimpiadi ed io che festeggio San Valentino.
Per questo volevo scrivere un post che rimanesse negli archivi del blog in questo giorno tanto particolare.
A me piacciono le eccezioni, le cose ed i casi particolari. Non volevo farmelo sfuggire.
Non fosse che, ragionandoci sopra, si tratta di avere a disposizione un intero giorno in più.
Psicologicamente mica cotica!
Certo, se poi penso a cosa ho fatto in questo giorno in più di questo anno non è che ci sia tanto da festeggiare.
E' stato, anzi, un giorno particolarmente intenso. Scandito, per lo più, dall'ennesima scadenza lavorativa (spostata, per l'occasione, appunto di un giorno in avanti).
Questo giorno extra è in pratica quasi finito e mi sento, purtroppo, di non averlo sfruttato per nulla.
In qualche mondo dei sogni sarebbe stato giusto impiegarlo facendo qualcosa di totalmente diverso dal solito. Magari facendo un piccolo viaggio, oppure trascorrendolo assieme ad una persona cara o dedicandolo interamente a se stessi.
Invece, nel mondo reale che tutto fagocita, questo giorno non pare abbia avuto molta fortuna. Io lo ho trascorso in modo abbastanza anonimo e consueto, ovvero: casa-lavoro-casa-lavoro-casa.
Di per se è capitato di lunedì, e questo lo ha castrato un bel po'.
Povero 29 febbraio. Vieni ogni quattro anni e ti ritrovi pure ad inizio settimana. Con tutti noi scazzati, incazzati e depressi di default.
Qualcuno, secondo me, ti ha pure preso in antipatia. Ad esempio quelli che dovranno spostare i calendari dei loro orologi non digitali. Sai che balle mettersi e far girare a vuoto le lancette.
Nel mio piccolo, 29 febbraio, ti dedico questo infimo post sperando che la prossima volta ti possa vivere un po' meglio.

sabato 27 febbraio 2016

Rivoltarsi nella tomba


In quanti lo hanno fatto?
Dico, rivoltarsi nella tomba?
Penso un po' tutti. Il detto, credo, abbia più di un fondamento teorico alle spalle.
Io lo dico spesso.
Lo dico ad esempio per De Sica nei confronti delle carriere dei figli, o anche per Vittorio Gassman per la stessa motivazione.
Preambolo per dire che ieri, al termine del solito corso di aggiornamento professionale, mi sono ritrovato con alcuni colleghi a vagare per il centro di Bari.
Visto che, in genere, la frequentazione di corsi ed aggiornamenti vari sono un buon pretesto per rimanere poi fuori a pranzo e/o a cena, ieri non abbiamo fatto eccezione.
Indi per cui, ieri sera, abbiamo cenato fuori.
Visto che non siamo tipi schizzinosi o con preconcetti medievali, ci siamo voluti inoltrare nella cucina giappoense.
Per la verità, per me, è stata una mezza prima volta. In passato avevo gustato qualche assaggio di sushi, ma nulla di ecclatante.
Ieri sera, invece, ci siamo diretti ad un ristorante giapponese direi di ottimo livello.
Ne è valsa la pena ed io, nel mio piccolo, ho potuto fregiarmi della mia ridotta ignoranza/conoscenza delle cibarie giapponesi viste e captate, per lo più, leggendo manga e vedendo anime in TV.
Per dirla in simil dialetto, mi sono "scialato" nel gustare sashimi, sushi e anche del pesce in tempura. Alla fine ho concluso anche con del (vero) sake caldo ed i complimenti del cameriere che mi ha subito preso in simpatia perchè, ad ogni portata, aveva notato che qualcosa di cucina giapponese "masticavo".
Per cui ho chiesto se avevano i ramen e, sì, li avevano. Peccato solo che glielo abbia chiesto a fine cena altrimenti li avrei volentieri assaggiati per la prima volta in vita mia.
Ho anche chiesto altre cosine, non da ultimo la scelta del nome del locale.
Abbiamo poi acclarato che il nome era semplicemente il cognome del proprietario/titolare del ristorante.
Nessun nome altisonante, appunto.
Nessun nome scomodato dalla storia nipponica.
Al contrario di un altro ristorante giapponese, invero nostra prima scelta che però ci avrebbe riservato un tavolo non prima della 22.40, che come nome porta Hagakure.
Ecco, l'Hagakure è qualcosa di particolare.
E' un libro, uno scritto, una sorta di manuale.
Elenca la via del guerriero, la via del samurai. 
Qualcosa di serio e scritto seriamente.
Ed allora ho pensato all'autore dell'Hagakure, tale Yamamoto Tsunemoto, che per dirla tutta, non credo che apprezzi poi tanto che una sua opera abbia ispirato l'apertura di un ristorante nel centro di una cittadina del sud Italia.
Ecco, ho pensato che il buon Yamamoto un po' si sia rigirato nella tomba.
E da li ho anche pensato velocemente a quanti, come lui, lo facciano quotidianamente per svariati motivi.
Credo, infine, che anche molti di noi viventi ci rivoltiamo nella tomba.
Non magari in quella classica che viene seppellita o murata in qualche loculo.
Abbiamo tombe meno appariscenti e fisiche ma certamente più spesse e talvolta impenetrabili, strette e buie.
Io nella mia, a furia di rigirarmi, ho lividi dappertutto.

 

domenica 21 febbraio 2016

Alfabeto nerd


Su iniziativa di mio nipote "N", ieri siamo andati al cinema a vedere il film di Deadpool.
La cosa mi ha fatto piacere per una serie di cose, tra le quali:
- il fatto che mio nipote mi abbia pensato;
- che mio fratello e mia cognata mi abbiano affidato tranquillamente loro figlio.
Tra le atre, mio nipote ha portato con se un suo compagno di scuola (entrambi studiano al liceo scientifico), mentre io ho invitato a mia volta il mio amico "M2" (che differisco dallo storico M per evidente omonimia).
Insomma. E' stata una bellissima serata.
Per quanto ci fosse un non piccolo gap generazionale (i giovani poco più che 18enni, mentre io ed M2 ormai a ridosso, e oltre, i 40), abbiamo parlato e dialogato per tutto il tempo. Sia durante il viaggio (lungo circa 150 km tra andata e ritorno...si perchè nel mio triste paesotto il cinema trasmette per lo più film di dubbia qualità...), sia durante la visione del film che, ovviamente, dopo.
In pratica, facendo poi mente locale, nel piccolo involucro della mia macchina ci siamo ritrovati in 4 nerd/geek ognuno con proprie vocazioni e gusti che, per forza di cose, si sono andate bellamente ad incastrare.
Mio nipote "N" è un nerd ancora in fasce, un giovane padawan lettore di comics (in particolare il sunnominato Deadpool) e incallito giocatore di videogames genere survivors, sparatutto e gdr.
Il suo amico "A", scudiero alla Corte degli Stark, appassionato di letture fantasy (pare sia alla terza lettura del Silmarilion, cosa che io mi sono fermato ad un terzo...), fantascienza espansa (cioè, non solo ha letto i classici romanzi di Asimov, ma anche i suoi saggi scientifici!) e di manga (nel suo portfolio annovera Death Note, One Piece e pare voglia cimentarsi nella lettura di Berserk!). Ha già le idee chiare: vuole diventare un chimico od un fisico. Ed in questo ha trovato spalla in...
M2, chimico, amante di...ehm...tutto. Mastica e pratica di manga, comics, fantasy, fantascienza, videogiochi (con passione smodata per i gdr), anime ed OAV (semplicemente conosciuti come cartoni animati giapponesi). Collezionista di ogni cosa collezionabile, aspirante parlatore giapponese (detiene un videocorso di cui ancora non ha visto le puntate...per mancanza di tempo).
Ed infine io, un fritto misto di cui sopra, meticcio per natura e destinazione, vocato a vari generi e sottogeneri del fantastico, però con molti limiti, purtroppo legati al tempo, solo parzialmente assorbiti da una smodata passione.
Vi lascio immaginare i discorsi che nascevano, morivano, rinascevano, si intrecciavano, mutavano ed infine riprendevano con qualche spin-off collaterale.
E quindi, a memoria, abbiano parlato della Star Comisc, della Granata Press, della Editoriale Corno, di Stephen Hawking, della teoria delle stringhe, delle equazioni di primo grado, di Asimov, di Simmons, di Heinlein, di Beta Ray Bill, di Deeadpool (ovviamente), degli X-Men, dei trailer dei prossimi film superoistici (Batman Vs Superman, Suicide Squad, X-Men Apocalypse), di Halo, Skyrim, Dragon Lance, Mordor, la Justice League, e ancora qualche altra cosa che se continuo finisco domani di elencare.
Ma oltre di quello che abbiamo parlato, mi è piaciuto anche quello di cui NON abbiamo parlato, ovvero: lavoro, donne (queste sconosciute che non ci capiscono proprio), calcio e politica.
Le battute si sono sprecate, i riferimenti anche, colti anche dai due giovani accoliti con mia evidente soddisfazione.
Ed il film?
Ah, certo.
Bello, simpatico, fico! Per chi conosce il personaggio il film è fatto bene. Per chi non lo conosce, probabilmente, lo troverà un po' troppo splatter, pieno di parolacce e con un paio di minuti di scene hot.
Vabbè che il pubblico italiano è andato in visibilio per una porcata come 50 sfumature di grigio, per cui non dovrebbero esserci problemi.
Unica nota stonata, a mio parere: hanno rappresentato Colosso troppo, troppo, troppo ingenuo e fesso. No, il caro Piotr meritava un attimo più di attenzione. La cosa è di certo voluta, forse per contrastare proprio la spavalderia di Deadpool, ma chi lo conosce dalle pagine dei fumetti sa che Colosso non è così.
Per questo gli dedico la copertina di questo post.