domenica 19 gennaio 2014

Battlestar Galactica



Ho da poco visto l'ultima (?) puntata di Battlestar Galactica.
Per chi non sapesse manco di cosa parlo, beh, questo non è un post divulgativo: andatevi a leggere qualcosa sulla rete...troverete recensioni di certo migliori di quanto possa fare io.
Se sapete invece di cosa parlo, la cosa è diversa.
Non starò qui' a dire tutto quello che mi è passato per la testa vedendo questa serie, sarebbe improbo.
Diciamo che, come non accadeva da anni (veramente tanti), mi sono molto appassionato alle vicende di questo telefilm diverso da molti canoni della fantascienza.
Non farò confronti con altre serie SciFi tipo Star Trek o Babylon 5 (pur belle e meritevoli), o con l'ineffabile Dr. Who.
Battlestar credo abbia creato, nel suo piccolo, un genere tutto suo a cui non è possibile, almeno per me, affiancarlo o paragonarlo ad altri.
Sarà stato per la caratterizzazione dei vari protagonisti (davvero tanti, alternati, morti, resuscitati, durante le 4 stagioni della serie), per la colonna sonora davvero strepitosa ed infine per gli effetti speciali che, per una serie tv, mi sono parsi davvero un gradino sopra la media.
Caso a parte, per me, sono poi i cyloni. Sia gli storici "centurioni" sia le versioni più recenti e identiche agli umani.
Sarà...ma la storica serie di Battlestar Galactica (andata in onda a cavallo degli anni 80/90) per quanto non trasmessa in pompa magna nei nostri circuiti televisivi, io me la ricordo impressa nella mente soprattutto per la presenza loro, dei cyloni.
Quelli che io credevo (all'epoca) fossero dei cyborg, delle macchine umanoidi. Intrippato com'ero all'epoca di cartoni giapponesi robotici, di transformers, e fumetti e letture fantascientifiche varie (Io Robot di Asimov in primis), non potevo che rimanere folgorato sulla via di Damasco.
Non so cosa in questa serie meriti di essere ricordato (oltre i cyloni intendo). Direi che la trama, fortemente spirituale e religiosa dell'ultima stagione, si contrappone a quelle prettamente sparatutto delle prime due stagioni. La terza stagione è quella di mezzo, il viatico, l'affievolirsi delle battaglie stellari e l'evolversi di quelle, non meno cruente, dei pensieri e delle azioni dei vari protagonisti schierati nelle loro fila: umani e cyloni.
Ripeto, non farò spoiler, non farò recensioni, non è questo il mio scopo.
Lo scopo era ed è scrivere di qualcosa che mi è piaciuto molto, come poche cose ultimamente hanno saputo fare.
Probabilmete il finale di serie lascia tanti interrogativi e la cosa, sinceramente, mi piace.
Ormai sono conscio che nella vita, reale o narrata fantasiosamente, non sia poi così importante avere tutto chiaro.
La chiarezza crea certezza...e la certezza non porta solo che ad essere boriosi, sicuri e menefreghisti.
Meglio un grosso punto interrogativo alla fine che un punto esclamativo che pone fine a qualcosa che, nella sua natura, non ha mai fine.
Tutto si ripete...in salse diverse...

"Non siamo materia che aspetta, ma schemi che si perpetuano"  Norbert Weiner



venerdì 10 gennaio 2014

Anno nuovo...



...tutto vecchio, rasentante il marcio.
Non vedo orizzonti sfolgoranti e luminosi, non vedo serenità, non vedo sincerità, non vedo...
I propositi, quest'anno non li manco pensati, non sono transitati neanche per l'anticamera del cervello.
Sinceramente non ho più voglia di illudermi e deludermi; neanche da solo.
Mi ero anche quasi dimenticato di avere un blog...
Contatti sociali ridotti all'osso, le serate passate a leggere o a dormicchiare sul divano ormai sono la consuetudine. 
Non trovo più minimamente affascinante l'incontro ed il confronto con gran parte del genere umano. I rari casi di scambio interessante capitano con il contagocce e riempino poco, quasi nulla in verità.
Prospettive? Le lascio agli ottimisti, o agli irrealisti o anche ai pazzi drogati. Io proseguo il cammino, un po' a vista, un po' a casaccio, con la costante certezza che è tutto un madornare errore e che, prima o poi, mi farò seriamente male.

domenica 20 ottobre 2013

La premessa

 
 
La premessa è ciò che viene prima.
Una buona premessa, spesso, chiarisce il tutto e salva da fraintendimenti.
Tante altre volte però la premessa è qualcosa che viene prima di qualcosa non bello.
E' come la zolletta di zucchero data prima di prendere le gocce di novalgina (da piccolo mio padre me le fece prendere così qualche volta).
Mi sono sentito dire, almeno un 2 0 3 volte, la premessa "Tu sei una persona speciale, la migiliore che abbia mai conosciuto", o sue varianti.
E' stata sempre la premessa zuccherina che poi ha anticipato di poco il "ma..." portatore di dolorose parole e conseguenze.
Pare che la vita sia fatta di attimi e che anche i sentimenti siano fatti di attimi.
E' un attimo dire a qualcuno che gli vuoi bene ed è altrettanto un attimo il sentire il bene per una persona.
Allo stesso modo l'attimo funziona al negativo. Un attimo per prepararti (alla speranza), un attimo per affossarti (nel dispiacere).
Chi mi ha detto premesse dolci mi ha sempre servito di seguito piatti amari, talvolta nauseabondi.
E' un'ottima tecnica per chi la sa gestire. E' un'ottima scusa per chi la sa applicare. E' un pessimo salasso per chi la deve subire.
E' come puntare con una torcia elettrica il tuo cuore al buio, un attimo prima di affondartici dentro una bella e profonda lama di pugnale.
 
 

giovedì 10 ottobre 2013

Pierpaolo san



Tra le tante cose che mi "mancano", ultimamente ho realizzato che mi è stata quasi sempre assente una figura guida.
Una sorta di guru, di maestro, di padre (quello l'ho perso da quando avevo 17 anni).
Qualcuno che mi potesse insegnare a togliere e mettere la cera come il maestro Miyagi, che mi potesse insegnare un po' come va affrontata questa vita bislacca.
Che mi dicesse come comportarmi in amore, negli affetti, nel lavoro...in tutto.
Qualcuno che mi sgridasse sonoramente, che mi prendesse a schiaffi se necessario, ma che sapesse anche ricompensarmi per i miei risultati, per le mie vittorie.
Invece da tanto tempo, troppo tempo, sono un individuo che gioca per se...e che vince e perde da solo.
Nessuna condivisione, nessuna riconoscenza, nessuna lacrima.
Facendo tutto (o quasi) da solo, non so cosa sia giusto o sbagliato ed automaticamente, per il mio carattere non particolarmente egocentrico, penso di essere continuamente un errore; di essere io un errore di base.
Mi approcio a tutto e a tutti con umiltà direi eccessiva, come se l'altro fosse sempre migliore di me, superiore a me, più furbo, fortunato o sensibile del sottoscritto.
Non è facile essere me...non è facile costruirsi da solo senza rendersi conto di come stai venendo su...e magari scoprire che sei più simile ad una Torre di Pisa che altro (ovvero storta...).
Ci sono momenti della mia vita dove davvero non so cosa fare, cosa rispondere, cosa talvolta pensare. E' come avere una lavagna vuota davanti a me e neanche un gessetto con cui imbrattarla.
E allora penso che se l'artefice di me stesso fosse stato in parte qualcun altro...almeno un pezzettino...avrei fatto meno cazzate, avrei fatto meno errori o, viceversa, avrei ottenuto più risultati...se solo mi fosse stato concesso di pensare, prima di fare qualcosa a "Come avrebbe fatto il mio "maestro""?
E invece sono, a torto o a ragione, il maestro di me stesso...un maestro che non sarà mai superato dal suo allievo (ovvero io)...che non proverà mai questo orgoglio e questo piacere...
In continuo allenamento ed apprendimento...per poi sbagliare di continuo.


sabato 28 settembre 2013

Vecchi difetti



 
...il ricordare quasi tutto, come un evento capitato giusto un anno fa...
...il pensare ancora, non dandomi pace, non perdonandomi, sempre colpa mia...
...il mantenere le stesse attenzioni, come se nulla fosse accaduto...
...scaricare puntate di un serial che odio solo per far piacere ad un'altra persona che mai apprezzerà, che sempre mi temerà...


"Non vedi che è facile
Non vedi che è inutile
Scordarsi di credere ai vecchi difetti" - Vecchi difetti - Marta sui tubi

venerdì 13 settembre 2013

The special need



Ieri sera, tarda serata, verso mezzanotte, su Rai 3 è andato in onda un documentario (non so come meglio definirlo) che mi ha colpito molto.
Raccontava di un ragazzo disabile di nome Enea e del suo approccio al mondo femminile.
La storia, pur breve (raccontata in circa un'ora), era incentrata nell'amore che Enea provava per tutte le donne.
Un amore che io ho inteso pulito, immacolato, fanciullesco. Un amore che partiva dai profumi, dai colori e che giungeva, solo alla fine, all'esteriorità.
Un amore che però, per forza di cose, ad un certo punto iniziava a scontrarsi con la necessità di fisicità; con il sesso.
La storia quindi metteva avanti Enea (e gli spettatori con lui) ad una difficoltà: trovare una donna.
Non tacciatemi di materialismo nell'usare il termine "trovare". La particolarità del mio post, ispirato dal documentario, è proprio questa.
Come si rapporta una persona "disabile" con l'altro sesso nel momento in cui, forse fisiologicamente, scattano certi meccanismi?
Moralità a parte, quante donne (o quanti uomini) si concederebbero sessualmente ad una persona con disabilità di varia natura (alcune fisiche, alcune mentali...in questo caso la seconda)?
E quindi...come giustificare gli amici di Enea che, in prima istanza, cercano di trovare questa donna tra delle prostitute?
Come degli stronzi? Come degli insensibili? Come dei faciloni?
[Pensiero da uomo/maschio: sarebbe stata la prima opzione anche per me].
E se le varie associazioni/ONLUS che aiutano, sostengono in qualche modo ragazzi e ragazze come Enea, non possono certo funzionare da agenzie matrimoniali o d'incontri erotici...e la prostituzione è illegale...cosa rimane da fare?
Rimane solo andare all'estero...dove esistono bordelli o case di piacere legalizzate.
Enea ci va, in compagnia dei suoi amici (che sono, alla fin fine, amici veri...seppur sembra che talvolta forzino Enea a raggiungere il risultato...a fare sesso insomma, senza tanti problemi, senza tanti moralismi), va al bordello...ma non conclude nulla.
Entra, conosce, parla...ma un meccanismo di autodifesa...di paura (la paura che, diciamocelo, prende a chiunque anche solo pensi di andare con una prostituta...), lo fa desistere. Lo fa uscire.
Il sesso, la voglia di farlo, pare essere stato sconfitto.
Troppo squallido per un ragazzo che ha idealizzato l'amore...e che potrebbe rischiare di innamorarsi della persona con cui si unirebbe.
Punto di partenza. La voglia di sesso, di conoscere cosa si prova unendosi ad una donna, permane. Enea è in ballo, è in questa avventura coi suoi migliori amici. Forse per non sfigurare (difetto di tutti i maschi, abili o disabili che siano), forse perché spinto...forse tornerebbe al bordello.
Ma arriva l'alternativa (vera o filmica, non so...): in Germania pare esista un luogo dove ragazzi e ragazze disabili provano la sensorialità del sesso e...addirittura, alla fine del percorso possono farlo.
In pratica esistono uomini e donne che, come fossero una terapia, si concedono a questi pazienti.
Enea arriva in questo posto (che, ripeto, non so esiste per davvero) ed inizia questo percorso. La sua terapista è una bella donna, snella, tonica, bionda con occhi azzurri.
Ma Enea ha in mente solo una donna: Caterina...così chiamata da lui che altro non è che una fotomodella ritagliata da un qualche settimanale.
Caterina non esiste...è un avatar...è l'avatar del suo amore, qualcuno di irraggiungibile.
Enea si scontrerà con questa verità...rimanendoci molto male. Piange quando gli dicono che Caterina, la sua Caterina, è irraggiungibile.
Toccante la scena di lui tra le braccia della sua terapista, fragile, indifeso.
E altrettanto toccante ma anche divertente...quando Enea, alla fine della terapia (quella completa, con l'eventuale atto sessuale incluso), confiderà in macchina ai suoi due amici di non aver "infilato il suo grillo nella farfallina" perchè la terapista mica è la sua fidanzata.
Ed Enea cerca l'amore...quello dove il sesso è un completamento, non un'alternativa.

Che conclusioni fare quindi?
Che l'amore, quello vero, è forse quello sentito ma non "consumato"?
Che un ragazzo disabile è molto più sincero, leale di tanti "abili"?
Che per i disabili il sesso, l'amore...sono forse le assenze principali?
Dove è la linea (se c'è) e quanto è sottile tra il procurare un piacere primario a pagamento o tramite delle strutture più o meno atte e legalizzate a farlo?
Esiste un diritto di riconoscimento al sesso?

Ad ognuno lascio le risposte che, credo, per quanto diverse potranno suonare e sembrare tutte o dannatamente giuste o dannatamente sbagliate.

Quì incollo, per chi volesse approfondire la cosa, il link alla pagina del documentario/progetto che tratta proprio di Enea, si chiama The special need.
http://www.thespecialneed.com/it







lunedì 9 settembre 2013

"Tu..."




Quando si iniziano le frasi con "tu", molto spesso il tono è accusatorio. Altre volte è di confronto (in genere denigratorio), raramente è invece elogiativo e portatore di un complimento.
"Tu... - rimarrai solo"
"Tu... - sei un pazzo"
"Tu... - sei uno stronzo"
Quanti di questi "Tu..." ho sentito o letto (talvolta anche negli sguardi altrui) rivolti a me.
Ed in effetti molti si sono avverati. Tutti quelli negativi per me, ovviamente.
"Tu... - sei speciale" ad esempio me l'hanno detto, ma non era vero, la solita presa per il culo.
Ed a furia di sentire questi "Tu..." ho iniziato a farli miei e a dirmi "Io...", così evito agli altri di consumare neuroni.

E quindi sono il maggior accusatore e denigratore di me stesso.
Ed oggi, a poche ore dal mio 37° compleanno, gli "Io..." negativi si sprecano.
 
Bella schifezza...