sabato 16 aprile 2016

Pensieri della doccia: imprinting di un ti amo


Avete mai notato quanti pensieri sembrano affollarsi in quei pochi (o molti, a seconda dei casi) minuti in cui ci facciamo la doccia?
A me capita, e anche spesso.
Non so quindi, per quale alchemico scontrarsi di neuroni, il mio pensiero è volato a lei: Alessandra.
Alessandra è stata la prima ragazza a cui ho confidato il mio amore.
Correva l'anno...1985. Potevo avere scarso tra i 9 ed i 10 anni.
Alessandra era, manco a dirlo, una compagna di classe. Morettina, coi capelli lunghi e mossi.
Già all'epoca non ero un leone in fatto di coraggio nei sentimenti. La dichiarazione, per dirla così, gliela feci in un modo che già all'epoca sembrava arcaico e romantico al contempo. Le scrissi un bigliettino.
Due semplici parole, scritte con pennarelli di vario colore, uno per ogni lettera: ti amo.
Infine spruzzai, anzi quasi impregnai quel bigliettino su cartoncino bianco, di uno o più profumi di mia madre.
L'indomani mattina, mi pare durante l'ora di ricreazione, quando lei e quasi quasi tutti i miei compagni di classe erano fuori dall'aula per ovvi motivi (ripeto, non ero un leone...) mi avvicinai al suo banco e, con furtività mista a maestria da rasentare Lupin III, infilai il bigliettino nel suo zaino. Poi mi dileguai. Dimentico, il bigliettino era OVVIAMENTE anonimo!
Il tempo passò, Alessandra di certo aveva trovato il bigliettino. Ma non era certo Zenigata (per mantenere la metafora di cui sopra) e non penso scoprì mai chi fosse stato l'autore di tale ardita dichiarazione.
Il tempo, appunto, passò ancora. E, purtroppo, con odiosa puntualità arrivò il trasferimento di mio padre per i solito odiosi motivi legati al suo lavoro.
Dovevo lasciare, per l'ennesima volta, scuola, amici, hobbies...e ripartire da zero.
Il trasferimento giunse quasi a fine dell'anno scolastico.
Come di consueto, alla fine di ogni anno scolastico, per l'appunto, la mia classe era solita organizzare una sobria serata in pizzeria.
Ricordo che quell'anno, dopo svariati tentativi andati a vuoto nei quali era mancata, avrebbe partecipato anche Alessandra.
Ero euforico. O meglio, un misto di euforia e dispiacere. Perchè quella sarebbe stata l'ultima sera in cui avrei visto i miei compagni di classe, non solo Alessandra.
Ma così non è stato. Perchè, a rovinare il tutto ci si misero i miei genitori.
Sì, perchè per qualche astruso motivo, decisero di partire e lasciare i lidi dell'epoca appena il giorno prima fissato per la famosa pizza.
Rammento il mio dispiacere, i miei pianti e anche un accenno di litigio. Nulla, a 9 anni non potevo competere. Persi e forse, per la prima volta, capii che la vita era davvero ingiusta.
Non chiedevo poi tanto. Solo 24 ore di tempo in più. Per salutare gli amici, per rivedere lei.
Non mi sarei certo dichiarato, o forse si. Tanto era tutto perso. Il giorno dopo ancora sarei partito per sempre, e per sempre non l'avrei rivista.
Ma neanche quello mi fu permesso.

E sulla Fiat 131 di mio padre quel giorno uscimmo dal cancello della nostra casa di allora. Ed alla curva, a poche decine di metri, incrociaammo un'altra macchina. Era quella della madre di Alessandra. E lei era dentro!
Ci incrociammo. Ci riconoscemmo. Lei mi salutò e mi regalò uno di quei sorrisi che non dimenticherò mai.
Piansi...e persi...ed odiai il lavoro di mio padre, i miei genitori e l'amore.
Qualcuno, tempo fa, raccontando tutto questo mi disse semplicemente: Tu sei rimasto su quella macchina.
Ed aveva ragione... 


martedì 12 aprile 2016

Colori e fantasia

 
No, non è un post che parla dei mini pony. E neanche un post che fa da preambolo a qualche gioioso stato del sottoscritto.
Il titolo è frutto del riassunto delle uniche due cose abbastanza particolari che mi hanno colpito negli ultimi giorni.
Una, per la verità, non è neanche del tutto una novità.
La prima, per l'appunto. E' un dato di fatto: ho un colore di pelle un po' più scuro del normale. Olivastro è forse il termine tecnico.
Questo, negli anni, pur abitando in una zona del meridione dove non pullano biondi con occhi azzurri, mi è sempre stato fatto notare.
Ai tempi delle superiori, in termine gergale, qualcuno mi chiamava tranquillamente "negro". La cosa non mi ha dato mai fastidio, anzi.
E l'altra sera, durante una noiosa sessione in palestra, una mia conoscente mi si avvicina, mi saluta ed alla fine delle consuete quattro chiacchiere di circostanza, mi esce con questa domanda:
"Ma stai già andando a mare?"
Da premettere che il mare ce l'ho vicino, si. Ma ce l'hanno vicini tutti gli abitanti di questo posto dimenticato dalla cultura e da Aldo Biscari, non solo io e quindi anche lei. E questo già farebbe pensare che tutta questa esclusività non è solo mia.
La mia risposta è stata un consueto "No." Seguita dalla consueta constatazione altrui: "Eh, sei scuro di natura. Bella fortuna."
 
Ora, non so se sia proprio tutta tutta questa grande fortuna. Comunque faccio spallucce ed in genere sorrido divertito per questo strano ricorrente evento.
L'altro, legato alla fantasia, è invece scaturito dal mio lavoro.
Capita, spesso, che nel registrare le fatture dei miei assistiti mi capiti di leggere denominazioni particolari e fantasisose di svariate attività commerciali.
Ho notato, nel mio piccolo, come in genere da Roma in su, i nomi di società e/o attività imprenditoriali diventino via via più scafate, per usare un termine colloquiale.
Diciamo che in zona Milano se non ci mettono un Italy-International non ci stanno bene. Mentre verso Roma o zona centro (anche Napoli) ci sono nomi meno impegnativi ma spesso più simpatici al suono.
La cosa poi, purtroppo, scema terribilmente quando scendiamo nel meridione, dove pare che il massimo dell'estro sia aggiungere una & commerciale di tanto in tanto. Per lo più riscontro nomi e cognomi o, proprio come sforzo creativo, le iniziali di vari eventuali soci/titolari.
Che poi, per la prova provata di tutto ciò, basta girare nel mio poco fantasioso paese dove un buon 80% delle attività presentano suffissi o simili tipo "poli", "hera" o "heraclea", nomi tutti derivanti dal ben poco fantasioso e sofisticato riferimento al nome del mio paesello e della sua "mitica" storia.

mercoledì 30 marzo 2016

Giocagiuè

 
 
Reduce dalle festività pasquali, posso affermare candidamente anche di non aver fatto alunchè per pasquetta.
Tra le altre, finalmente, pare che anche molto persone si siano fatte candidamente i fatti loro e non mi abbiano chiesto cosa facessi per questo così sentito lunedì di festa.
Io l'ho passato bellamente in relax a casa, trastullandomi tra xbox, fumetti, musica e riposo.
Quest'ultimo, però, è stato leggermente minato dalla presenza dei vicini di casa.
Nulla da dire nei loro confronti, per carità. Hanno discutibili gusti musicali (ricordo, anni addietro, una gioranta di loop musicale dove avranno ascoltato per circa un 470 volte un brano di Arisa..), ma per il resto non posso lamentarmene.
Una pecca però ce l'hanno: la loro nipotina.
Questa piccola creatura, che credo abbia ormai tra le 5 e le 6 primavere, ha un molesto modo di passare il proprio tempo a casa dei nonni: correndo come una forsennata lungo il corridoio.
Abitando io al piano di sotto, se ne deduce, che all'arrivo della nipotina in questione io e mia madre ci si debba sorbire questo continuo pesante rumore di passi.
Viene da chiedermi, tra le altre, come una creatura così piccola e magrina poi nel momento della corsa paia acquisire maggior peso e volume, oltre le normali leggi fisiche, tanto che nel corridoio di sopra pare stia imperversando un velociraptor...
Ma l'altro dubbio, quello più amletico e profondo, è: ma che razza di modo è di giocare?
Insomma, a patto che la bimba non diventi da qui a 15 anni la nuova e nostrana Usain Bolt, che cazzo si corre a fare per ore ed ore?
E mi ritorna in mente che io, all'età sua, se dovevo correre lo facevo fuori, all'aperto. Che se solo c'avessi provato mia madre avrebbe giocato al lancio della ciavatta dritto sul mio naso.
E un po' mi intristisco. Non per le ciavatte, ma per la bimba velociraptor.
Perchè ho notato da lungo tempo che è anche cambiato il modo di giocare.
Io reputo il gioco assai istruttivo e formativo. 
E non solo io. Anche psicologi, sociologi e altri che finoscono con ologi lo dicono.
Gli spazzi aperti dove giocare, anche nei buchi di paesi come il mio, cominciano a scarseggiare. E se anche ci sono, ormai ci vedo davvero pochi bimbi.
Ed anche i giochi più classici, quelli da fare in casa, coi giocattoli...solo io ho notato che stanno avendo una involuzione totale?
Si passa di botto dai giochi per bebè (quelli con le forme da mettere negli spazi designati, o i mega blocchi di costruzioni) alle console di gioco. Non pare ci sia una via di mezzo particolarmente percorribile.
Invece, già ai miei tempi, i giocattoli occupavano gran parte delle stanze di noi bambini dell'epoca. Forse era un eccesso anche quello, ma l'assenza di giochi materiali, che attivino sia i neuroni ma anche il tatto dei bambini, mi paiono una grossa assenza formativa per queste ultime generazioni.
Non posso fare a meno di pensarlo...e di pensare a come già i miei genitori criticassero all'epoca il modo di giocare di noi bambini di 30 e spicci anni fa (loro avevano al massimo una bambola di pezza, trottole e biglie).
Forse ogni generazione vede in quelle nuove qualche difetto, qualche mancanza. E credo che sia vero. Che le cose perse o trascurate o non più "di moda", non siano migliori di quelle che vanno oggi per la maggiore.
Non so quanto sia meglio non avere più un vero pallone con cui giocare e giocare, invece, a calcio su qualche iphone di ultima generazione.
 

martedì 22 marzo 2016

Drift di Pacific Rim


Ieri sera in tv hanno dato Pacific Rim.
Film truzzo americano con robot e mostri giganteschi che fanno a mazzate per quasi due ore.
E' il tipico film che vedo e rivedo volentieri e con entusiasmo sempre crescente.
E' il mio genere di film, c'è poco da commentare o aggiungere.
Il concetto di questo post, legato al film, non è però una recensione sullo stesso.
La recensione poi avrebbe poco da raccontare in effetti.
All'interno del film, che non è comunque solo tutto botte da orbi, effetti speciali, testosterone a fiumi ed esclamazioni machiste, due cose mi fanno sempre un po' riflettere.
La prima: "Tutti sanno cadere". Affermazione fatta dal biondo (o castano) e palestrato protagonista. Una frase che spiazza nella sua crudità e verità.
Siamo quasi tutti qui a fare vedere quanto valiamo, quanto siamo bravi, belli e prestanti, nel lavoro, negli affetti, nello sport. Quasi tutti pronti a correre, anzi, a salire le scale di un metaforico successo fino allo stremo, fino all'ultimo gradino.
Pochissimi hanno capito che questa scala è spesso fatta di cartapesta inzuppata, inutile da salire con affanno. E, ancor di meno, sono quelli che hanno capito che cadere è la cosa più semplice e naturale che possa accadere e che non dovremmo avere paura di fare.
Tutti sanno cadere...pochi sanno poi rialzarsi, questo sarebbe poi la conclusione che aggiungo io alla frase.
Ma anche questo "obbligo" di rialzarsi è sempre un qualcosa che ha un vago retrogusto di arrivismo.
Cadere e rialzarsi...
Non possiamo neanche fermarci un attimo a quanto pare. La corsa o il cammino deve riprendere il prima possibile. Forse perchè è effimero il cammino stesso. E' effimera e breve la vita e pare che il suo gusto sia necessario assaggiarlo solo di fretta.
C'è qualcosa di sbagliato in questo. Lo sento.
Ed è giusto cadere, forse anche istruttivo. Ma non so quanto lo sia il rialzarsi per raggiungere un traguardo o quanto, invece, lo sia solo per riprendere a camminare e basta.
Altra cosa che mi colpisce sempre del film in questione è il drift, ovvero il procedimento di fusione mentale che avviene tra i piloti dei robottoni a difesa della terra (chiamati jaeger). 
Cherno Alpha, il massiccio e tosto jaeger sovietico. Il mio preferito (che ovviamente fa una brutta fine)
In pratica l'uno entra nella mente dell'altro, questo perchè solo una sintonia ed armonia quasi completa tra i piloti permette il corretto pilotaggio degli jaeger.
Il drift
E lì, in quelle scene fatte di flash back, ombre e luci sparaflashate blu, mi domando: "ma io un drift ipotetico ce l'ho mai avuto con qualcuno?".
Cioè, sono mai riuscito a raggiungere, anche solo per brevi attimi, una sorta di fusione e condivisione dei miei pensieri, del mio io, con qualche altra persona?
Me lo domando...e rispondo nì.
Perchè, tutto sommato, se penso al senso di completamento e/o di totale libertà del mio essere interno ed esterno, con una persona ci sono andato vicino a sentirli.
Ma nel mio caso, non essendo in un film americano, non ho pronto il lieto fine, non ho eliminato la minaccia dei kaiju e non riemergo da morte certa con l'amore incondizionato della nerd/orientale/coicapellifucsia.
La mia nerd/italiana/coicapellicastani forse starà già driftando con qualche pilota migliore.



venerdì 18 marzo 2016

Come va?



"Ciao, come va?" è ormai diventata una domanda pericolosa fare.
Talvolta la diciamo come inizio di una qualsiasi discussione, giusto per non andare troppo al sodo della questione.
Altre volte invece la sento e la dico quale barlume di una remota e non del tutto sepolta umanità.
Spesso, per quanto si possa essere interessati a sapere come sta davvero l'altra persona, la risposta che riceviamo ci spiazza non poco.
E se in molti rispondono con altrettanto automatismo i vari "Tutto ok", "Si tira", "Al solito", tanti altri rispondono in modi che davvero ti fanno rimpiangere di aver osato solo chiedere.
La hit parade di risposte si sposta dal più o meno simpatico, al più o meno sarcastico fino a giungere al più o meno odioso.
Ci sono individui che, secondo me, strategicamente aspettano la fatidica domanda solo per propinarti una sequela di lamentele più o meno reali e credibili.
Strategie che si affinano poi quando, anche in assenza della domanda di cui sopra, il nostro interlocutore inizia la famosa sequela. Questa strategia, guarda caso, la ho riscontrata spesso nei miei assistiti nel momento in cui sentono che sto per chiedergli di essere pagato per il mio lavoro. E allora giù di malattie, lutti, infortuni, settimane, mesi, talvolta interi anni no.
Ma quelli che meno sopporto sono quelli che poi, a prescindere dalla risposta appena data, ti fanno a loro volta la domanda.
Ed io, nonostante tutto, dico che va bene, che non posso lamentarmi.
Perchè, tutto sommato, se sto bene in salute e stanno bene le persone a me più care e vicine, posso già dirmi soddisfatto.
Le rogne del lavoro, dei soldi, delle persone stressate, per quanto a volte risultino essere pesanti e sconfortanti, e non nascondendo la loro influenza sul mio stato d'animo, cerco sempre (non sempre riuscendoci) di circoscriverle.
Ma, appunto, tornado a qualche riga prima, quando rispondo così pare che non tutte le altre persone apprezzino. 
E mi sono sentito dire dal "Beato te", al "Che culo", al "E ci credo..." accompagnati spesso da miei eloquenti silenzi.
C'è melma in giro, lo riaffermo.
E c'è gente davvero stressata ed incattivita che se, capisco e non certo pretendo che debba essere felici per me, quantomeno se stesse zitta lo apprezzerei di molto.
Che poi la voglia di essere socievoli ed umani in me già è risicata all'osso...


mercoledì 9 marzo 2016

Realtà multipla


Sono una persona piena di contraddizioni.
Da sedicente amante del fantastico e della fantascienza dovrei avere la mente libera ed aperta. Dovrei saper comprendere, paradossalmente, il reale e la realtà quotidiana molto meglio di tanti altri.
Perchè leggere ed immaginare di fantastico dovrebbe, almeno secondo me, a logica preparare la mente ad accettare tante possibili scenari, tante sfumature, tante possibilità.
Da amante dei "what if" o degli "e se", per dirla come mangio, da fautore ed assolutamente certo della convinzione che esistano infinite linee temporali determinate da infinite azioni fatte e non fatte, da parole dette e non dette, proprio non riesco a capire come dovrei la realtà che mi circonda.
Mi rendo conto sempre troppo tardi che questi "e se" esistono costantemente nel quotidiano e non solo in linea teorica.
Che la realtà ha tante se non infinite altre realtà. 
Una matriosca all'ennesima potenza di possibili varietà.
Un po' come dire che la bellezza sta negli occhi di la osserva. E così, ognuno dei nostri occhi genera altrettante bellezze.
Così fanno le nostre percezioni adattano, modificano, distorcono la realtà.
Io vedo la mia di realtà e spesso la porto come unica certezza. E sbaglio.
Non tanto nel considerarla una certezza (una qualche base su cui affermare il proprio essere deve esistere, io penso), quanto nel considerarla come unica.
Sbaglio nel ritenere che io sia nel giusto e che solo il mio giusto sia il migliore degli atri.
Così come lo sbagliato.
Così come il gusto ed i sapori. Ed i profumi ed i rumori.
Ed invece sbaglio e sbaglio come sopra, ritenendo che sia uno sbaglio più sbaglio degli altri.
Uno sbaglio assoluto.
Come una realtà assoluta.
Nulla di tutto questo ha senso.
O per lo meno il senso è che mi sono reso conto, solo dopo un confronto (un affaccio su un'altra realtà ancora), che non ho percepito la realtà di una persona cara.
Non la ho proprio considerata fossilizzandomi, per l'ennesima volta, sulla convinzione che la ragione o il torto o la rabbia o la delusione o la difficoltà fossero solo mie e fossero assolute, totalitarie.
Non considerando che anche altre persone hanno le loro di realtà, e se non riescono a farle percepire agli altri non è perchè le stesse non siano importanti, al contrario.
Non riescono o non vogliono o non possono renderle al meglio per i più svariati motivi.
E' complesso.
Ed io lo sto rendendo più complesso.
Perchè, come tante altre volte, giro attorno alle parole e non vado al sodo.
E mi rendo conto di quanto in fondo in fondo la mia testardagine, il mio voler essere assoluto, mi portino costantemente ad essere stretto di comprendonio e a non percepire appieno la realtà e le sue sfumature.
E non ci sono Asimov, Pratchet, Tolkien, Rondeberry, King, Lee e tanti altri che mi potranno aiutare con le loro storie fantasmagoriche.
Ho letto tanto da loro, ma non ho appreso che una microscopica parte di quello che, forse, volevano far capire.
Pessimo.

sabato 5 marzo 2016

Io e i Lego

Da sempre ho avuto una passione per i Lego.
Anche oggi, quasi 40enne, non disdegno di autoregalarmi qualche set particolare.
Da piccolo andai in fissa per i Lego medievali (così li ho sempre chiamati). Forse già l'influezza delle prime letture fantasy si fece sentire all'epoca.
In camera mia, mentre scrivo, sulla mia sinistra campa in bella mostra un bel castello fatto tutto di Lego. Con i suoi arceri, i cavalieri a cavallo, c'è anche una catapulta.
Sempre negli anni pre adolescenziali, penso avessi tra i 10 e gli 11 anni, invece ebbi il periodo dei Lego più urbani.
Complice un compagno di condominio dell'epoca che ne aveva a bizzeffe.
Ma noi creammo qualcosa di particolare.
All'epoca spopolavano i Transformers. Noi, creammo la nostra Cybertron (ovvero la casa/pianeta dei Transformers) e creammo dei Transformers tutti nostri.
All'epoca ero, per così dire, infortunato. Ero in convalescenza dopo essermi fratturato il femore. Mi ricordo che già camminavo, anche se con l'ausilio delle stampelle.
Nonostante l'impiccio salivo e scendevo autonomamente e tranquillamente le due rampe di scale che mi dividevano da casa di questo amico di allora.
Passai interi pomeriggi con lui tra innumerevoli mattoncini Lego.
Poi, tanto per cambiare, io e la mia famiglia venimmo trasferiti. Persi l'amico, lasciai a lui molti dei miei Lego (in verità era lui quello che ne aveva a bizzeffe e ne comprava ad ogni 3x2), ma non persi la passione per questi benedetti mattoncini.
Oggi come oggi ne faccio ancora uso (tipo droga...). Sono più "mainstream" e mi regalo, come da premessa, qualche pezzo più particolare.
Ho qualcosina di Guerre Stellari, l'anno passato ho beccato per puro caso la Ecto1 dei Ghost Busters.
Scarso un'ora fa mi sono imbattuto in un set del Dr. Who.
Ciò a cui ho resistito...
 Ecco. Non l'ho comprato.
Solite mie fisime e seghe mentali mi hanno fatto resistere all'acquisto compulsivo.
Però era una ficata e la spesa, penso, è stata solo rimandata.
Ma perchè mi piacciono tanto i Lego?
Ogni tanto me lo domando e penso che la risposta è tanto lampante quanto semplice: perchè costruisco qualocosa.
Ho sempre pensato che, potendo tornare indietro nel tempo (sì, tipo proprio il Dr. Who) darei una virata decisamente più materiale alla mia vita.
Sceglierei un corso di studi più pratico, qualcosa che mi porti a fare un mestiere dove "creo" qualcosa di solido.
Niente consulenze a parole, niente cervellotiche e virtuali prestazioni fiscali di cui, a volte neanche io, capisco l'utilità e la sostanza.
Farei il falegname.
O forse anche il carpentiere.
Magari anche il muratore.
Insomma, qualcosa che alla fine della giornata mi porterebbe a guardare il risultato del mio sforzo lì davanti agli occhi e tattile alle mani.
Ecco, i Lego sono per me questo.
Un impegno, un gioco, magari anche uno sfogo, che porta alla fine ad avere tra le mani un oggettino che, pur se piccolo e fragile, è quanto di più solido riuscirei mai a creare.