venerdì 31 gennaio 2014

Contadino


Sì, da diverso tempo auspico e predigo per me un futuro nella terra.
Non è un augurio nefasto, tutt'altro. E' un qualcosa che stranamente mi auguro come conclusione decentemente positiva della mia vita lavorativa e sociale.
Alla fin fine, ho questa convinzione, la terra se la curi i frutti te li da. Se semini, ho questa altra convinzione, qualcosa la raccogli.
Questo è ciò di cui sono convinto; è un qualcosa da cui accetterei anche di essere smentito. Ho un ancestrale rispetto per la terra e per chi la cura e la lavora.
E' altresì un qualcosa che al momento, svolgo invece nell'esatto modo contrario. 
Cioè: semino e non raccolgo.
Diciamo che sto seminando, con molta pazienza (più di quanto me ne riconoscessi), tanti piccoli granelli di lavoro, di affetti, di speranze.
Ma ho il triste dubbio che alla fin fine da questi semi non nascerà proprio nulla.
Che arrivi qualche corvo a riempirsi lo stomaco, o giunga dal cielo qualche alluvione, non raccoglierò manco un gambo mangiucchiato dalle formiche.
Mi sento come se stessi investendo energie in un futuro inesistente. Il futuro, in certi sensi, dovrebbe essere per sua natura alla peggio sconosciuto. No, io invece non lo considero ormai più.
Quindi quest'arte è solo fatta per mantenere e riconoscermi una parvenza di vitalità. 
Niente particolari pretese, solo una dannata abitudine nell'eseguire la postura classica della zappata e semina, quella piegata in avanti per chinarsi che, come insegna la storia, porta spesso ad essere inc..... (giocate voi all'impiccato).


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