lunedì 11 gennaio 2016

Vecchio saggio dice...

 
 
Ieri pomeriggio, mentre ero impegnato in una sessione di gioco alla xbox, mia madre mi parla esordendo con un: "Tu che sei saggio."
In seguito si è agganciata una domanda alla quale, mi sembra, di non aver dato una risposta saggia. Semmai, una risposta sensata.
Fatto sta che a quella prefazione, fatta poi da mia madre che ha recentemente spento le sue 76 candeline, la cosa mi ha fatto riflettere ed accigliare un tantino.
Ho ripercorso quindi mentalmente i miei ultimi 30/35 anni di età, ed ho rilevato che la prima volta che mi diedero del saggio fu all'incirca all'età di 13 anni.
Un amico/compagno di banco dell'epoca, mi disse qualcosa a proposito del fatto che quando parlava con me era come se parlassi con suo nonno...
Specificò che per lui il nonno era il massimo della saggezza e dell'autorità, per cui la presi alla fine come un complimento.
Ma a 13 anni si è già in quello stato mentale dove vorresti già essere grande, maturo, adulto. Ed il complimento, preso come tale, non fa poi tanto testo.
Poi la storia, quella della presunta saggezza, la ho riscontrata varie altre volte. In età via via più recente, passando per il periodo universitario, ed infine oggi (o meglio, ieri).
Il fatto è che, sinceramente, non mi sento affatto saggio. Non lo credo di esserlo mai stato. Penso, in verità, di essere una persona fin troppo razionale, metodica e alquanto prevedibile. Diciamo che da me la risposta che si vuol sentire è, quasi sempre, quella che ci si aspetta e che, quasi automaticamente, si ignora.
Diciamo che sono un emule del grillo parlante di Pinocchio. Ho una coscienza e rispondo ed agisco con coscienza.
Che poi questa mia coscienza sia alquanto banale e scontata, è un altro paio di maniche.
Per cui, no, non sono saggio.
Sono solo prevedibile e noioso.
Sono un po' il secchioncello alla Quattrocchi, bravo a parole, scarso nei fatti.
Non mi riconosco questa particolare qualità, perchè per me essere saggi è essere autorevoli, essere depositari di un certo modo di fare, di tante verità, certezze ed esperienze.
Solo una cosa ho riscontrato in me dell'essere saggi.
Spesso, filmicamente e fantasiosamente parlando, il saggio (vecchio) risiede in posti un po' sperduti, vive in contatto con la natura (e ben poco con le persone...), fa vita quasi monastica ed è (o appare) tremendamente solo.
Come non pensare, a questo punto, al Maestro dei Cinque Picchi dei Cavalieri dello Zodiaco (che, per carità, poi si scopre essere il Cavaliere d'oro della Bilancia).
O anche al Maestro Muten di Dragon Ball (potente ed al contempo mezzo pervertito).
Lo stesso Maestro Miyagi di Karate Kid (con la sua triste storia di moglie e figlio morti).
Anche Yoda di Guerre Stellari decisamente non scherza a livello di dolore e privazioni.
Insomma. Solo questi aspetti, della tristezza, del sacrificio e della sfiga mi sembra possano associarmi minimamente alla concezione di saggezza.
Pare che la saggezza quindi passi per esperienze ed errori spesso fatali.
Forse forse, tra qualche decennio, potrò fregiarmi veramente di questo titolo o di questa qualità.
Ma a quale prezzo...



1 commento:

  1. A me in genere partono con "tu che sai tutto", per poi lanciarsi in domande che non rientrano nel campo dello scibile umano.
    Comunque mi sa che inverti il rapporto di causa/effetto, secondo me i saggi si isolano proprio _perché_ sono saggi e capiscono che tenersi lontani dal mondo non può che fare bene alle volte: è una conseguenza della saggezza, non un prezzo che ne pagano.

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